2001: Odissea nelle parrocchie. Nel regno di Don Stupidanza

Continua il racconto delle peripezie parrocchiali del nostro Teodoro, un’Odissea del tempo attuale che forse non pochi altri hanno vissuto.
Dove lo vediamo capitare questa volta? Nell’ultima puntata, l’avevamo visto liberarsi dal servizio all’altare svolto con Don Salumi. Eh sì, ma il nostro non aveva ancora le idee ben chiare sulla differenza tra la liturgia cattolica e quella riformata, tra la Chiesa di sempre e quel baraccone in cui spiritualmente sguazza di tutto e di più. Perciò il suo sganciamento da Don Salumi non è una liberazione definitiva. Anzi, si ritrova di nuovo alle dipendenze di un reuccio e si avvia a prestare servizio intorno a lui: Don Stupidanza.
Basta il cognome, no? Comunque ne va spiegato il senso, sia pur brevemente.
Don Stupidanza lo chiamiamo così perché era stato uno dei protagonisti di un’avventura diocesana rivolta ai giovani, lui, l’eterno ragazzo vestito in borghese – e ultimamente anche in bermuda, come il vice parroco.
Si era infatti organizzato un evento con un Vescovo e umanità varia clericale in una discoteca della città di Taverna, come l’abbiamo voluta rinominare per i lettori. L’incontro era rivolto ai giovani. Quindi, invece di attirare i poveri giovani fuori dalle discoteche e dar loro l’opportunità di una vita santa, il povero clero della diocesi li attirava là dentro. Per fare che? Una sceneggiata ipocrita in cui si vuole dimostrare che Dio è vicino ai giovani, ma nel peccato, non nella vita di grazia. Solo che non si dice così, ma c’è tutto un linguaggio delle menti spiritualmente invertite che prende in giro se stessi e gli altri, e soprattutto i giovani, già abbastanza infelici.
Dunque, bisogna sapere che nella Chiesa Riformata “cattolica” sono stati istituiti anche per i laici il ministero straordinario dell’Eucaristia (donne comprese), il lettorato e l’accolitato, che permettono a mani e cuori non consacrati e senza timor di Dio di manipolare la SS. Eucaristia, come pure di fare irruzione nello spazio della chiesa-edificio un tempo riservato solo al clero, per inscenare la loro brava lettura dei passi della Bibbia durante la S. Messa riformata.
Il povero Teodoro, mal consigliato, aveva preso sia il lettorato che l’accolitato. E com’è nella logica di questi “ministeri”, un po’ smaniava anche lui per fare, toccare e leggere.
Grazie a Dio, con Don Stupidanza è stata l’ultima volta che Teodoro ha fatto tutto questo, perché prima o poi chi vuole apre gli occhi e cambia vita, se è sincero nella fede.
Dunque, sua maestà Don Stupidanza aveva stabilito che Teodoro non potesse leggere, perché serviva all’altare e il prete voleva dare a ognuno il suo contentino. La lettura sacra sarebbe toccata ad altri, magari qualcuno che si beveva un cicchetto di troppo, paesani di buona volontà e soprattutto donne armate segretamente di bistecchiera o pubblicamente di minigonna.
Infatti, le minigonne andavano forte nel regno di Don Stupidanza. Bisogna dimostrare a tutti e a tutte, nella Chiesa Riformata, che il Signore è vicino a loro nel peccato, e solo in quello. Chi pensasse di atteggiarsi a cattolico, non importa con quanta umiltà, sarebbe solo un guastafeste da mettere alla porta, com’è poi avvenuto a Teodoro.
È tutta una presa in giro. Come quella volta che una giovane sposa e madre in minigonna, preso il suo bel posto all’ambone durante la S. Messa, recitava queste parole di un Salmo (51,10): «Dio, crea in me un cuore puro».
I canti avevano un che di allucinante e spiritualmente lugubre, tanto più quanto più erano scatenati. Gli strumenti musicali erano inevitabilmente chitarre, tamburini e una pianola elettronica, mentre l’organo, che era riuscito a sopravvivere con il vecchio parroco ormai accasato, restava come intruso e poi è stato fatto sparire.
L’alta teologia di Don Stupidanza era un frullato di modernismo, protestantesimo – una volta durante l’omelia disse di ispirarsi a un pastore protestante coreano – e fumi mentali dovuti a un orgoglio senza freni.
Per esempio, una volta ammaestrò alla rovescia dei ragazzini della parrocchia, in una classe di catechismo, insegnando loro la sua verità: anche un bambino musulmano, morendo, se ne andava in Paradiso. Se no, Dio sarebbe stato «cattivello».
Solo che la Chiesa, finché è stata Chiesa e non passeggiatrice dei marciapiedi, ha sempre insegnato che si diventa figli di Dio e si accede al Paradiso con il santo Battesimo e la vita di grazia. Dopo la caduta di Adamo ed Eva, che per primi offesero Dio, l’umanità non ha più la grazia originaria ma solo la grazia attraverso Cristo. Negare la necessità del Battesimo, che ci riconcilia con Dio da noi offeso con gravità infinita quanto la sua Maestà, vuol dire di fatto negare la necessità della riparazione e il peccato stesso. Anzi, vuol dire anche considerare vana la riparazione compiuta dal Signore Gesù Cristo per i nostri peccati.
Un altro saggio di suprema teologia – senza fare torto alla mortadella Suprema – Don Stupidanza lo regalò al popolo bovino per l’Avvento. Era il tempo in cui i nostri cuori dovevano incendiarsi ancor di più al pensiero di Gesù Bambino che veniva a noi passando per il grembo purissimo e verginale della Madonna. E il prete cosa fece? Una serie di catechesi dedicate proprio all’Avvento, che avrebbero potuto avere per avvertenza: «Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate», come si vedeva scritto sopra la porta dell’inferno dantesco (Canto III, v. 9).
Teodoro capitò a una delle “catechesi”. Forse trovarsi al posto di Dante a rimirare i dannati sarebbe stato meno triste, perché il Sommo Poeta là non si sentiva preso in giro né tradito. Raccontiamola in poche parole.
Il tema scelto da Don Stupidanza per la serata era l’annuncio dell’Arcangelo Gabriele a Zaccaria (Luca 1), e lo stesso Zaccaria. A un laico stralunato erano state affidate, lì in chiesa, le letture dal Vangelo. Terminata la recita cabarettistica del primo passo, il prete entrò in azione.
Magari alcuni di voi ricorderanno che cosa dice il Vangelo su Zaccaria e la sua sposa Elisabetta: «Erano giusti davanti a Dio, osservavano irreprensibili tutte le leggi e le prescrizioni del Signore» (1,6). Quale meraviglia! Ed Elisabetta era la cugina di Maria Santissima. Zaccaria mancò di credere subito alle parole dell’Arcangelo Gabriele, ma poi visse abbastanza da pentirsene e glorificare Dio nella pienezza dello Spirito Santo.
Don Stupidanza si lanciò allora nel suo intervento. Di Elisabetta non disse una parola, ma si scagliò contro Zaccaria. Chi era dunque Zaccaria? Una specie di fariseo che aveva a cuore solo le formalità, come dimostrava il fatto che osservava tutte le leggi e le prescrizioni. Per questo non aveva accolto l’annuncio dell’Arcangelo: perché gli importava solo delle formalità. Il povero prete ebbe per Zaccaria solo parole di accusa.
Che cosa voleva dimostrare, in fondo? Che dove regnavano lui e quelli come lui, nella parrocchia e nella Chiesa intera, la fedeltà irreprensibile alle leggi e alle prescrizioni del Signore poteva solo far meritare un marchio d’infamia. Lui e i suoi invece, con le loro trasgressioni continue, erano i veri meritevoli agli occhi di Dio. I giusti e i santi dovevano essere calpestati come i rifiuti del mondo e del clero che si è venduto al mondo.
Don Stupidanza, come Don Salumi, esercitava pure lui l’onnipotenza sulla liturgia e sul Messale. Cambiava le parole a suo piacimento, come quando per illuminazione suprema – senza offesa per la mortadella Suprema – diceva ai malcapitati fedeli: «Il Signore è con voi», invece di «Il Signore sia con voi». Ma questo non gli bastava. Organizzava anche spettacoli al posto dell’omelia, facendo intervenire vari soggetti, a volte in costumi appositi. Una volta toccò a una ragazza che recitò la sua parte facendo mosse da seduttrice.
Quella fu la goccia che, come si dice, fece traboccare il vaso. Teodoro durante una recita lasciò la chiesa. Successivamente, parlando con il reuccio Don Stupidanza, contestò la legittimità di quegli spettacoli. Don Stupidanza replicò che lui faceva così per «seguire lo Spirito». Ogni tentativo di convincerlo fu inutile…
E così Teodoro riprese il suo viaggio, alla ricerca di un po’ d’aria pura, di un sacerdote che celebrasse con un minimo di decenza. Ovviamente Don Stupidanza, che amava dare abbracci e baci a tutti, non fece nulla per trattenere quel suo parrocchiano. Invece di ascoltarlo, lasciava che se ne andasse via per sempre, di fatto cacciato per la sua fame e sete della giustizia (Mt 5,6), di ciò che è giusto davanti a Dio.


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