La parabola del figliol prodigo nella commedia modernista

Figliol prodigo colori

Domenica 31 marzo 2019

Oggi sono stato a Messa, quella ormai solita dove ci si riunisce intorno alla “tavola” (invenzione protestante chiamata “altare”) e si parla, parla, parla. Qualche volta anzi si ride pure. Tra pagliacci, sapete, si può fare anche questo.

La lettura del Vangelo era, o meglio, doveva essere una delle pagine più commoventi della Sacra Scrittura: la parabola del figliol prodigo.

Intanto diciamo che già nel 2008, il clero “al passo con i tempi” ha sfornato una nuova versione ufficiale della Bibbia, completamente stravolta. E ha tolto di mezzo la dignitosa Bibbia CEI del 1974, che raccomandiamo vivamente a tutti di procurarsi, anche d’occasione, perché non si stampa più.

Una delle tecniche attuate nella nuova versione, che impediscono di ricevere bene la Parola di Dio, è usare espressioni difficoltose o improprie al posto di quelle corrette della versione precedente. E qui ne abbiamo alcuni esempi.

Quando il figliol prodigo torna dal padre, pentito ma ancora senza riconoscere il cuore del suo genitore, dichiara solennemente (versione 1974): «Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te». Anche la famosa e pregiata Bibbia dell’Abate Giuseppe Ricciotti ha questi termini, anzi più elegantemente evita la preposizione “di”. La versione del 2008 invece ricalca la Vulgata latina: «Padre, ho peccato contro il cielo e davanti a te». Il che ha un senso anche profondo, a ben riflettere, ma l’effetto è quello di confondere gli ascoltatori e i lettori meno progrediti; oggi anzi lo sono molto meno di una volta. Ed è per questo, si può immaginare, che già le versioni precedenti hanno usato un’espressione più facilmente comprensibile. Il cambiamento apportato guasta l’immediatezza e la bellezza dell’incontro con il padre, che è Dio nostro Padre.

Da notare inoltre l’accorgimento di togliere la maiuscola da “Cielo”, con l’effetto di desacralizzare il significato, come se si parlasse dell’atmosfera terrestre e non del Paradiso.

C’è poi un terzo abuso. Al versetto 28, la Bibbia precedente narra del padre che sapendo della chiusura farisaica del figlio maggiore «uscì a pregarlo». La versione modernista detta invece: «uscì a supplicarlo». Questo non è dignitoso, anzi è offensivo nei confronti di quel padre della parabola che rappresenta Dio Padre. Il significato più adatto del verbo latino rogare, da cui si traduce, è “chiedere pregando, pregare”; “supplicare” è un’alternativa contemplata nel dizionario ma esprime inferiorità, non la sublime umiltà di Dio, e quindi offende la Maestà Divina.

Ma vaglielo a spiegare, ai parroci-guru e ai loro pecoroni, che ricevono il pastone e lo passano intorno tale e quale.

Infatti il chierico celebrante, nella Messa di questa mattina, si beava di questo “supplicare” e ci ricamava intorno tutto un ragionamento tiepidamente fervoroso.

Un’altra perla che il celebrante ha regalato al rarefatto uditorio è stata: «La Parola di Dio non è roba da Medioevo». Povero modernista, che manifesta così platealmente l’odio per lo splendore della Civiltà Cristiana e della Chiesa di quei secoli! Sì, lui è innamorato perdutamente dell’anticiviltà modernista che sa solo riflettere un mondo perduto…

Come c’era da aspettarsi, l’omelia ha insistito in maniera ossessiva sulla bontà del Padre. Il chierico ha fatto scomparire il pentimento del figliol prodigo, cosa invece essenziale, perché è il primo passo che l’ha riportato verso il Padre, per poter ricevere il suo abbraccio divino. Anzi, il chierico ha affermato falsamente che a spingere il figliolo a tornare dal Padre è stata «solo la fame». Che discorso bieco e crudele, altro che bontà e amore!

Ma la parabola non viene per tutti invano, e non arriva a tutti adulterata. No, caro chierico modernista, non ti odio, ma ho pietà di te. Persino di te che dai un cibo spirituale avvelenato a chi ti ascolta. Che il Signore possa toccare il tuo cuore e ridare luce alla tua mente accecata dalle mode del momento.

Dopo la S. Messa (spero celebrata validamente) e il ringraziamento, ho avvicinato il chierico per rivolgergli due domande importanti sul Santuario dove eravamo.

Siccome porta il suo abito religioso, ho cercato di baciargli la mano, ma lui l’ha spinta con forza in basso per impedirmelo. Quindi l’annuncio trionfale: «Anche il Papa non si è fatto baciare la mano…». «Ma bisogna essere fedeli…», ho replicato subito, cortesemente ma senza tanti fronzoli. «Comunque non è un problema», ha detto lui di rimando.

Le domande sul Santuario sono rimaste senza una risposta esaudiente. Grazie e saluti.

Quel Santuario però è un luogo di culto dedicato alla Madonna e ha grande rilievo nella devozione della diocesi. Vi confesso che ho persino accarezzato l’idea di chiedergli se mi trova una vecchia foto dell’interno, risalente, diciamo, a non più tardi dei primi anni Sessanta del secolo scorso… Ovviamente non gli spiegherei il motivo, se non genericamente. Lo confido a voi: terrei tanto a vedere e far vedere il Santuario com’era prima della devastazione materiale e spirituale della riforma liturgica del 1969.

Chi fa tesoro del passato, sa costruire il futuro. Ma chi abbandona il passato, vive in un presente senza più speranza.


2 risposte a "La parabola del figliol prodigo nella commedia modernista"

  1. Non sono un esperto di greco ma ho fatto un corso di un anno alla facoltà teologica. Nella mia limitatezza ne ricavo che enopion significa “contro”, quindi “contro di te” mi pare una traduzione migliore rispetto alla precedente.
    Mi trova invece d’accordo riguardo la traduzione “supplicava” che ritengo errata e che in realtà “parakaleo” può significare “chiamare a sé” o “pregare”. Riguardo la parola “cielo” ho notato che anche nella CEI 2008 è indicata con la maiuscola.
    Approfitto per ringraziare per il prezioso lavoro che svolgete nella difesa della Verità.

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