Ritorno ad Alcatraz (chiesetta modernista di paese)

Chiesa in carcere
“La Chiesa in carcere”. Notate l’ambiguità sessuale delle mani.

Domenica 5 maggio 2019

Dopo l’articolo Per la S. Messa domenicale, fuga da una chiesa all’altra, non me lo sarei aspettato ma doveva esserci una seconda puntata, che è questa. Mi auguro che sia anche l’ultima, perché la situazione si è decisamente volta al peggio.
Ieri sera avevo preso un accorgimento, chiedendo al sacerdote celebrante solito se ci sarebbe stato lui o un altro. Non volevo trovarmi a ripetere la “fuga” di domenica scorsa. Ho ricevuto la conferma della sua presenza, per me rassicurante.
Arrivo, mi confesso e attendo l’inizio della S. Messa. Noto che rispetto alla domenica precedente, quando ho lasciato mentre si scatenava il prete modernista sostituto, in chiesa ci sono meno della metà delle persone.
Immagino che lo scandalo abbia sortito l’effetto sperato da satana, burattinaio di tutti i modernisti. Piuttosto che venire a farsi tormentare ancora, i paesani avranno raggiunto altre chiese o saranno rimasti nei loro spazi ben arredati.
Durante la Messa modernista riesco a non stringere la mano, come invece vorrebbe l’usanza carnascialesca della riforma liturgica, a un’anziana signora che aveva fatto diversi lavoretti con il naso.
Finita la Messa, mentre come al solito quasi tutti si alzano e parlano o se ne vanno, rimango per il ringraziamento alla Comunione. Ma questa volta c’è una sorpresa.
Gli “addetti musicali” ad un certo punto attaccano a suonare la pianola elettronica e a cantare. Impossibile continuare la preghiera.
Mi alzo e dico ai due signori o signorini che sto facendo il ringraziamento alla Comunione, e chiedo se possiamo avere un po’ di silenzio. Acconsentono, spiegando che stanno preparando i canti per la domenica successiva. Insomma, devono mandare avanti il baraccone, invece di adorare il Signore che hanno ricevuto nella SS. Eucaristia.
Comunque li invito ad unirsi alla preghiera: «Possiamo farlo tutti il ringraziamento alla Comunione, ci siamo tutti comunicati». Mezze parole di risposta, aria d’indifferenza.
Torno tra i banchi a inginocchiarmi. Dopo due minuti riattaccano uno strimpellamento alla pianola, senza canto. Mi alzo e me ne vado attraverso la porta principale, mentre loro sono dietro l’angolo vicino al presbiterio, all’ingresso laterale, e non mi vedono.
Fuori piove, ma non dico «Governo ladro», come nella vecchia battuta scherzosa. Qui ci hanno rubato la vita, le chiese, la preghiera, la fede. Ma dovranno fare i conti con chi è pronto a combattere ora e fino alla fine.
Potranno salvarsi il clero e i laici della chiesa ufficiale, ormai cattolica solo di nome? Una chiesa di gente che non riconosce più la vera liturgia e dottrina, e che non solo non prega, ma impedisce ai fedeli di pregare nel luogo sacro?
In realtà, se ho pietà del loro capo, arrivato a Roma già da diversi anni, posso compatire anche i singoli affiliati. Spero che un’Ave Maria, distribuita con sincerità, possa salvarli dall’inferno almeno all’ultimo istante della loro vita.


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