Un’autorevole riflessione sui lefebvriani (Fraternità Sacerdotale San Pio X)

Mons. Marcel Lefebvre con i suoi quattro vescovi
Mons. Marcel Lefebvre (al centro) con i quattro vescovi da lui ordinati illecitamente.

Molti fra i lettori sapranno che esiste la Fraternità Sacerdotale San Pio X, fondata nel 1970 dall’Arcivescovo Marcel Lefebvre (1905-1991). Dal cognome del fondatore, gli aderenti alla Fraternità vengono anche indicati come lefebvriani (o, più all’italiana, lefevriani). All’origine vi era il giusto rifiuto della deriva modernista della Chiesa Cattolica, concretizzata fra l’altro con alcuni insegnamenti errati del Concilio Vaticano II e con la devastante riforma liturgica del 1969, voluta da Papa Paolo VI. Senonché, Mons. Lefebvre il 30 giugno 1988 si spinse fino al punto di ordinare quattro vescovi contro la volontà del Papa di allora, Giovanni Paolo II. Si compiva così uno scisma, che non è stato più risanato dalla Fraternità e che costò la scomunica a Mons. Lefebvre e ai quattro vescovi da lui ordinati. Ne consegue che l’amministrazione dei sacramenti da parte della Fraternità è valida, ma non lecita. Quanto ai cattolici, non è lecito partecipare ai sacramenti amministrati dai lefebvriani.
Un sacerdote preparato e fedele affronta l’argomento in modo autorevole.

Extra fraternitatem nulla salus?

Patientes igitur estote et vos, et confirmate corda vestra: quoniam adventus Domini appropinquavit (Gc 5, 8).

Ogni giorno che passa, la venuta del Signore si fa più vicina. Per questo san Giacomo ci esorta ad essere pazienti come il contadino che attende il frutto della terra, rinsaldando i nostri cuori con la fiducia nelle promesse divine.
È comprensibile che molti di noi siano logorati dall’attuale deriva ecclesiale e si sentano prossimi all’esasperazione: non è certo raro, purtroppo, udire in chiesa vere e proprie oscenità o assistere a pagliacciate indecorose, con preti che incitano alla depravazione o si lanciano in numeri da circo.
Questo, tuttavia, non è un motivo sufficiente per cedere alla tentazione di imboccare scorciatoie che in realtà non conducono da nessuna parte, se non a separarsi dalla comunione visibile e a rinchiudersi in un ghetto che si attribuisce l’esclusività della salvezza.

Come già ho ribadito in altre occasioni, non è mia intenzione attaccare persone o istituzioni, ma ho a cuore unicamente il bene delle anime. Desidero metterle in guardia da quelle insidie che, non essendo così scoperte come quelle del modernismo, sono per certi versi ancor più pericolose, visto che si coprono dell’autorità della Tradizione.
Il primo campanello d’allarme suona già di fronte alla pretesa di averne il monopolio, quasi che la continuità con la Tradizione si fosse interrotta dappertutto e si conservasse unicamente all’interno di questa o quella organizzazione.
Tale punto di vista conduce inevitabilmente a mettere in dubbio la validità dei Sacramenti. Si crea così nei fedeli un tale senso di incertezza da gettarli tra le braccia di quanti si presentano come unici detentori sicuri dei mezzi di grazia. Abbandonarli vorrà allora dire mettere a repentaglio la propria salvezza eterna e sarà quindi percepito come un’eventualità impensabile.

Una dinamica del genere ha un carattere potenzialmente settario e provoca di solito guasti spirituali difficilmente risanabili. Molte persone scivolano inavvertitamente in una forma di fanatismo che ha ben poco a che vedere con la virtù teologale della fede, sostituita da un surrogato intellettualistico. Si fanno proprie un insieme di formule stereotipe imparate a memoria senza una reale adesione della coscienza né un’effettiva trasformazione interiore.
L’approfondimento teologico si riduce a una forma di razionalismo che non lascia spazio alla vita mistica, guardata con sospetto e relegata in un limbo inaccessibile. In assenza di una vera riflessione sulla verità rivelata, l’insegnamento si risolve in un indottrinamento forzato, costruito su un sistema di teoremi che finiscono col trattare le realtà soprannaturali alla stregua di quelle del mondo fisico.
Tale metodo, prevalendo di fatto sul contenuto, sa di modernità molto più di quanto non sembri a prima vista. È quella neoscolastica degenerata che ha tentato di contrastare la modernità usandone gli stessi mezzi e assorbendone lo spirito.

Oltre a inaridire la vita dell’anima, questo procedimento imprigiona l’adepto in una gabbia mentale da cui non potrà più uscire, se non per miracolo. Anche la minima riserva riguardo a quanto appreso sarà inesorabilmente respinta a priori come una rovinosa espressione di modernismo.
L’unico “vantaggio” di una simile schiavitù intellettuale è la possibilità di piegare l’apparato argomentativo alla legittimazione delle proprie scelte sul piano morale: a forza di sofismi e di cavilli si riesce così a giustificare anche ciò che oggettivamente non è lecito e ripugna alla retta coscienza.
Il fatto più grave ed emblematico è una situazione irregolare che dura da decenni, dando luogo a una struttura parallela. L’intero edificio si erge sulla debolissima base di un principio applicabile solo in casi eccezionali, eretto invece a fondamento permanente e universale di un’opera che è divenuta un fine in sé, ponendosi in alternativa ad una gerarchia che avrebbe deviato nella sua totalità.

Chiunque, a questo punto, può cogliere l’enorme potenziale dissolutore di un’impostazione del genere, sia per la Chiesa che per la fede.
L’opera di Cristo sopravvivrebbe soltanto in una ristretta minoranza a cui tutti gli altri dovrebbero conformarsi, quasi che lo Spirito Santo si fosse ritirato. È innegabile che Dio abbia disposto per noi una prova apocalittica; ma possiamo forse ammettere che il Suo braccio si sia tanto accorciato? Chi conosce il Signore non può nemmeno pensare che abbia abbandonato al loro destino milioni e milioni di anime semplici e buone che non conoscono il mondo tradizionale, ma credono con sincerità di cuore.
Insieme alla fede viva, poi, inevitabilmente viene meno anche la speranza: anziché confidare nella Provvidenza, pur facendo tutto il possibile per adempiere la volontà divina, si finisce col contare unicamente sulle proprie iniziative e strategie, come se Essa avesse cessato di dirigere la storia. Ma l’infallibile cartina di tornasole, in questo tipo di storture, è l’assenza di carità: l’amore per Dio è rimpiazzato da una sfilza di pratiche meccaniche, mentre il prossimo è sistematicamente vittima di un giudizio impietoso e inappellabile.

In realtà l’esercizio delle virtù, in un contesto simile, risulta in ultima analisi superfluo, visto che la perfezione pare assicurata da una conformità meramente formale alla lettera della dottrina e alle norme del culto.
Sebbene ci si prefigga di combattere la gnosi, si scivola così in un atteggiamento tipicamente gnostico: in definitiva, ci si salva da sé mediante una conoscenza iniziatica e l’osservanza di determinate pratiche.
La grazia è ridotta a puro nome, lo sforzo di santificarsi viene eluso, l’unione con Dio ignorata. Le dispute prendono il posto della preghiera, mentre ci si illude di adempiere gli obblighi della carità con pubbliche crociate che lasciano ognuno com’è, se non un po’ più superbo e intransigente, offrendo in tal modo ulteriore materia ai detrattori.
Ma questa non è la via percorsa dai Santi; non è la vera Tradizione, bensì una sua deformazione che avvelena le anime rendendole chiuse all’autentica vita cristiana.

L’antidoto a tale intossicazione è la decisione di rientrare nel cuore. Non si tratta di un invito al sentimentalismo, ma di uno sprone ad accedere all’interiorità per rimettersi di fronte alla propria coscienza alla presenza di Dio. Dato che Egli abita nell’intimo del battezzato in stato di grazia, in questa discesa ci si ritrova davanti a sé stessi nella Sua luce, che svela anche ciò che preferiremmo non vedere.
È un processo che richiede coraggio, umiltà e determinazione, ma non può essere aggirato da chi aspiri ad essere un buon cattolico: non è lecito nascondere un letamaio di cattivi sentimenti sotto un telo brillante di tradizionalismo.
Per facilitare questa delicata operazione di ricognizione interiore, è quanto mai utile mettere il più possibile mente e cuore nella recitazione delle preghiere e nelle pratiche di pietà, sviluppare un dialogo personale con il Signore a partire dai Salmi o da orazioni approvate, meditare la Sacra Scrittura e gli scritti dei Santi, invocando spesso lo Spirito di verità perché metta a nudo le piaghe dell’anima, le medichi e le cauterizzi.

Cor mundum crea in me, Deus, et spiritum rectum innova in visceribus meis (Sal 50, 12): in questo mese dedicato al Sacro Cuore chiediamo insistentemente la grazia di essere trasformati nell’intimo con la nostra attiva collaborazione, in modo che l’onnipotenza divina possa ricreare in ciascuno di noi un cuore puro e rinnovare uno spirito retto.
Chi ritrova il Dio vivente in sé fa la formidabile esperienza di un fuoco divorante che brucia le scorie dell’io e ne incenerisce l’orgoglio, ma dona poi un senso di incrollabile sicurezza che lo rende inespugnabile ad ogni prova della vita e ad ogni assalto del nemico.
È di questo che abbiamo realmente bisogno per sostenere la prova attuale, non di scorciatoie che ci isolerebbero dalla corrente vitale di grazia che circola nel Corpo Mistico e irriga la mistica Città di Dio. Che si intenda della singola anima in grazia o della Chiesa intera, un fiume impetuoso la rallegra: Dio è in essa, non sarà mai scossa.

Fluminis impetus laetificat civitatem Dei […]. Deus in medio eius, non commovebitur (Sal 45, 5-6).

Fonte:
http://lascuredielia.blogspot.com/


3 risposte a "Un’autorevole riflessione sui lefebvriani (Fraternità Sacerdotale San Pio X)"

  1. Amo la Tradizione.
    La leggo, la studio, la vivo.
    Ma la Tradizione è fuoco e non cenere, come giustamente ci ha ricordato il Santo Padre.
    Cosa vuol dire ?
    Vuol dire che la Tradizione si coniuga al presente.
    Le sue radici piantate nel ieri sono state continuamente annaffiate e hanno dato in ogni epoca rigogliosi frutti appese a tronchi robusti.
    È per questo che non bisogna contrapporre i 2 Riti messuali.
    Entrambi belli, e pienamente validi.
    Si, anche il Novus, con il quale sono cresciuto. E che continuo a presenziare principalmente.
    Anch’esso ormai ha una lunga tradizione.
    Sono 50 anni.
    E ricordo quando entravo in Chiesa, bimbo, mano nella mano con Zia e Nonna..nella piccola Pieve del mio Paese d’origine dove le colline torinesi sfumano in quelle monferrine.
    Certo, si presta a qualche abuso.
    Ma se rettamente detta è una bellissima Messa.
    I Lefebviani sono una specie di setta e come giustamente dice l l’articolo non è possibile che Nostro Signore si dimentichi la Fede dei semplici.
    Coloro che magari non sono così eruditi teologicamente ma sono avvolti in un grande abbraccio di Pietà Popolare.
    L articolo è illuminante e si può dedurre se mai ve ne fosse bisogno ancora che sia modernismo che integralismo fariseico sono mali che da anni avvolgono la Chiesa Cattolica.

    Pace e Saluti Cristiani.

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  2. Questo articolo è un’accozzaglia di falsità e/o pregiudizi.
    Partiamo dal dire che la Fraternità non è scismatica, malgrado quanto detto ai tempi da GPII e pochi anni fa dal card. Burke. Questo è evidente, perché più volte autorità come la Commissione Ecclesia Dei ha dichiarato che ricevere i sacramenti dalla fsspx non sia illecito, come lo sarebbe nel caso delle chiese “ortodosse”.
    Questo perché il concetto di scisma si fonda sulla disubbidienza al Papa dovuta al non-riconoscimento della sua autorità/del ministero petrino. Come nel caso dei sedicenti ortodossi, dei luterani, degli anglicani ecc. (anche se spesso allo scisma si sono aggiunte eresie).
    Inoltre, il CDC prevede che un’azione criminale come uno scisma sia immotivato. Quando invece vi sia anche solo una presunta “grave necessità” della stessa, allora non è più considerata tale (e mi chiedo come si possa essere a favore dell’errata “libertà di coscienza” e ritenersi coerenti nello scomunicare Mons. Lefebvre…).
    Mons. Lefebvre fece quello che fece perché riteneva che le autorità, che ha sempre riconosciuto e ancora oggi la fsspx riconosce come tali, fossero moderniste (e come dargli torto, dato il falso ecumenismo e altri errori neomodernisti più volte manifestamente espressi, addirittura in palese contraddizione con quanto insegnato dagli immediati predecessori?). E riconosceva, – cosa inconfutabile – essendo un fatto (e contra factum non valet argomentum), l’enorme crisi della Chiesa, già nascente prima del CVII ma enormemente accelerata col concludersi di esso. Se davvero fosse stata la “primavera della Chiesa/la Nuova Pentecoste” (come un po’ superbamente la definirono i loro stessi fautori, e mi permetto di dire ciò dato che nessun evento miracoloso al pari della vera Pentecoste avvenne), avrebbe dato frutti buoni. Nostro Signore disse che “un albero buono non dà frutti cattivi: dai frutti li riconoscerete”. Ebbene, Monsignore, data l’originalissima situazione di enorme crisi della Chiesa, che aveva persino contraddetto quanto infallibilmente S. Pio V decretò nella Quo Primum Tempore, non poteva agire diversamente. Il semplice fatto di richiamarsi ad uno stato di necessità oggettivo, lo ha evidentemente dispensato dal presunto scisma di cui ancora oggi viene vergognosamente tacciato. Uno scisma che avrebbe commesso un prelato per decenni fedele alla Chiesa, grande missionario in Africa, che però riconosce il Papa e le autorità delle gerarchie? Ma che razza di scisma sarebbe? Lo scisma di chi non obbedisce ad ogni minima sillaba dell’autorità? Nostro Signore non ha comandato un’obbedienza incondizionata. E allora, prima si conoscano ESATTAMENTE le ragioni che portarono un Vescovo di Santa Madre Chiesa a “separarsi” dalle gerarchie (questo è il vero termine che indica la situazione della Fraternità: separazione, e non scisma, dalle gerarchie) – tra l’altro mettendo a rischio la sua vecchiaia (dato che perse il mantenimento da parte del Vaticano), in una situazione in cui avrebbe avuto tutto da perdere e nulla da guadagnare, se non il disprezzo, ancora attuale, di moltissimi dei cattolici del mondo – e poi si parli.
    Detto questo, l’articolo si basa su un vero e proprio processo alle intenzioni, che vorrebbe “catalogare” interamente la Fraternità e i fedeli cattolici che la seguono come settari, dalla vita spirituale arida, razionalista e non mistica, non caritatevole ma aggressiva. Il tutto condito da un titolo, “extra fraternitatem nulla salus”, che già è tutto un programma.
    In primis, la Fraternità non ha mai avuto l’ardire di dirsi LA Chiesa Cattolica, nel senso di essere lei la sola, come se nella Chiesa conciliare della Messa Nuova non agisca la Grazia. Non ha mai detto, insomma, che “milioni e milioni di fedeli cattolici” siano stati abbandonati da Dio, perché riconosce la validità della nuova Messa. Queste sono FALSITA’. Non sono sedevacantisti, sappiatelo.
    In secundis, tutto l’articolo, come detto, basandosi su un processo alle intenzioni, non vale nulla, non si basa su nulla, non confuta nulla. Inolstre, dimostra di non conoscere, visto quanto detto, chi critica.
    Dice che la Fraternità vorrebbe basarsi su un fondamento precario quale lo stato di necessità che ella invoca, come situazione perenne ed universale. FALSO. Lo stato di necessità, essendoci la peggiore crisi della Storia della Chiesa, c’è. Ma non è una situazione perenne. Anzi, la Fraternità prega perché finisca il prima possibile, e che la continuità con la Tradizione torni a Roma davvero, non a parole.
    Sulla questione della vita spirituale arida e settaria: basta guardare ai frutti. La fraternità si è espansa in 72 paesi, mantenendo il tasso di vocazioni invariato dai tempi della morte di Monsignore, triplicando il suo clero e con circa 600mila fedeli (cattolici, una cum il Papa regnante) sparsi in tutto il mondo. Questi sarebbero i settari dell’albero cattivo, che però dà frutti buoni?
    Non nego ci siano parecchi fedeli che, nelle discussioni teologiche, si lascino prendere troppo dall’ardore sconfinando in un approccio non-caritatevole. Questo è tipico dei neo-convertiti. Ma questo è anche tipico di chi tiene a Dio, magari anche con un piccolo approccio sbagliato, ma sicuramente in un’ottica molto più giusta di molti misericordisti che poi cedono su tutto, dalla dottrina alla moralità, con un’ignobile apostasia pur di piacere al mondo.
    Questo è l’errore di Pietro quando tagliò l’orecchio al soldato che stava imprigionando Nostro Signore. Ma Pietro è Pietro.
    Mentre gli errori diffusissimi dei non-scismatici che però vivono infestati dal modernismo, dal misericordismo ipocrita (vedasi poi come sono capaci di condannare i tradizionalisti…), dal pauperismo, sono gli errori di Giuda.
    E Giuda non è Pietro.
    E allora, invece di diffamare una realtà pienamente cattolica, che fa annualmente pellegrinaggi a Fatima, a Lourdes, ad Assisi, che celebra nelle chiese tranquillamente (anche grazie all’apertura di Francesco), leggetevi l’esperienza del celebre lottatore per la vita Mario Palmaro,che riconobbe per falsi i pregiudizi che aveva, che sono esattamente i vostri come quelli di molta altra gente, purtroppo. E pregate assieme a noi per un Papa che condanni gli errori, pasci le pecore, e riconosca chi ha ubbidito prima a Dio, che agli uomini.
    Grazie di avermi letto,
    A.M.D.G.

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    1. Caro fratello,

      permettimi di chiamarti così e di darti del tu. Capisco infatti che, come me e tanti altri, hai ricevuto il Santo Battesimo nella Chiesa Cattolica.

      Cercherò di rispondere sinteticamente al tuo commento.

      Io non conosco la realtà dei lefebvriani così in dettaglio, come il sacerdote autore dell’articolo mostra di conoscere. Ho però presenti dei fatti molto gravi e a tutti noti o visibili.

      Ho letto una biografia di Mons. Marcel Lefebvre, il fondatore della Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX). Sono rimasto ammirato della sua formidabile e coraggiosissima attività di Arcivescovo missionario. Trovo poi senz’altro lecito, come stabilito dalla Chiesa attraverso Papa San Pio V nella bolla Quo Primum, il rifiuto della FSSPX di celebrare la S. Messa secondo il rito valido ma gravemente distorto e abusivo stabilito da Papa Paolo VI. Tuttavia, qui si pone un primo problema: di fronte alla possibilità di perdere la cura delle anime, per ragioni di santa prudenza, è necessario accettare di celebrare secondo il Novus Ordo, nella maniera più decorosa possibile. Non si può prescindere dalla cura delle anime e pretendere di badare solo alle poche che rimangono quando subiamo le conseguenze disciplinari, per quanto ingiuste, del nostro rifiuto. Altrimenti, già così ci s’incammina sulla via del settarismo.

      Inoltre, tu dici che la FSSPX riconosce la validità del Novus Ordo. Ma allora perché, con grave abuso, la FSSPX ha esortato le persone a non partecipare alla S. Messa riformata? Questa assolve il precetto, e guai a non assolverlo o a spingere i fedeli a non assolverlo!

      Secondo punto, ancora più grave: Mons. Lefebvre, lasciandosi ingannare dalle lusinghe sottili dell’orgoglio, commise un vero e proprio scisma, nominando quattro vescovi contro la volontà del Papa di allora, Giovanni Paolo II (“GPII” mi sembra piuttosto il nome di una catena di benzinai). Il disconoscimento dell’autorità del Papa regnante è pienamente dimostrato e concretizzato in un atto simile. La presunta condizione di necessità che lo giustificherebbe è un’assurdità concepita e riaffermata solo nell’ambito dei lefebvriani. Questo non è più un sentire cattolico, la fedeltà cattolica che ci fa riconoscere e riverire il carattere apostolico della Chiesa, e quindi la legittimità della successione apostolica, dei Papi e dei Vescovi. Si può venire meno all’obbedienza gerarchica solo quando ci viene richiesto di commettere un peccato, e non era questo il caso. Il peccato, grave, invece, lo commise Mons. Lefebvre.

      Inoltre, poiché l’atto scismatico non è mai stato riparato, la FSSPX rimane fuori dalla comunione con la Chiesa, e, come spiegato nella premessa all’articolo, l’amministrazione dei sacramenti da parte della FSSPX è valida ma non lecita. Giustamente osserva il Card. Raymond Leo Burke che si provano perplessità nel vedere la scomunica ritirata da Papa Benedetto XVI, quando non è stato mai riparato l’atto scismatico che ha causato la scomunica.

      Poi, caro fratello, l’aridità e la durezza si possono constatare anche nel tuo linguaggio, che non esprime nulla di vivo, originale, ardente, ma consegna tutta una serie di argomentazioni preconfezionate che solo i lefebvriani si scambiano tra di loro. Non ti scrivo questo perché non voglia avere considerazione verso di te, ma per scuoterti dalla gabbia in cui anche tu ti sei rinchiuso, accontentandoti delle dicerie della tua cerchia, invece di volare alto, nobilmente, da uomo cattolico.

      C’è bisogno di uomini e donne cattolici, veri, non di appartenenti a una o all’altra cerchia, per giunta non in comunione con la Chiesa. Non vedi lo squallore e la sterilità di questa vita? Mai accontentarsi di ciò che viene dall’orgoglio! Tu potresti essere un uomo di retta fede, che edifica il regno di Dio, e invece ti accontenti di gravitare intorno a una cerchia di persone che prendono gloria le une dalle altre e non riescono a costruire nulla. Non affidarti alle false certezze dell’appoggio di persone organizzate ma accecate dall’orgoglio e dalla stoltezza. Esci dalla loro inutile cerchia e comincia a stringere veri legami intorno a te.

      Ti esorto a riprendere il tuo cammino nella vera fede tradizionale della Chiesa, senza concedere nulla a modernisti e falsi tradizionalisti. Sii luce per le persone che incontri! Dobbiamo portare il fuoco sulla terra e ravvivare la vera fede là dove siamo, in piena comunione con la Chiesa.

      Se vuoi proseguire il dialogo, possiamo farlo privatamente, io dall’indirizzo lucechesorge@gmail.com.

      Offro alla Madonna la mia preghiera per te.

      Isidoro

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