Corpus Domini. Chi rimane e chi fugge dalla S. Messa di sempre

Santa Messa tridentina

Domenica 23 giugno 2019, Solennità del Corpus Domini.

Oggi è una bellissima giornata per me, o almeno lo è il mattino in cui vi scrivo. Non mi faccio illusioni: la croce, per chi vuole seguire degnamente Cristo, sta dietro l’angolo e sempre più pesante, fino alla consumazione di questa vita, per poi accedere agli splendori eterni dell’infinita gloria di Dio.

Ma intanto ringraziamo Dio per il sole che ci dona, dalle nostre parti, dopo una giornata di nuvolo e pioggia. Ringraziamolo perché ci concede salute e benessere per poterlo servire con un certo agio.

Non solo: qui da noi ancora, sebbene ormai saltuariamente, abbiamo la S. Messa tridentina, la Messa in latino, o antica, o di sempre. Una volta potevamo frequentarla ogni domenica, ma penso vi sia ben nota la devastazione planetaria portata dal tipo umano della simia Misericordiae, la scimmia della Misericordia divina, con tutte le sue scimmie e sottoscimmie.

Entro in chiesa un po’ troppo tardi (circa 12 minuti prima della Messa) e il sacerdote subito acconsente a confessarmi. Non manca di darmi la penitenza, a differenza di certi palloni gonfiati nostrani, ed è molto benevolo quando gli chiedo scusa per il ritardo.

Involontariamente, mi sporco le mani in sacrestia e guardo titubante il lavabo destinato ai consacrati; guardo anche il frate là presente, che prontamente m’incoraggia e addirittura poi mi porge l’asciugamano candido. Che purezza e che bontà possiede, quel giovane religioso! Durante la S. Messa, rivedendolo, mi viene da pensare che non sono degno di baciargli i sandali.

In attesa che la funzione incominci, me ne sto in ginocchio al primo banco sulla sinistra; ad un tratto, arrivano rumorosamente un paio di donne o comari che dir si voglia. Prendono posto al primo banco a destra, mentre qualcuno le avvisa che la Messa qui è in latino. Le due stanno in piedi e parlano. Con un gesto, le invito al silenzio. Non vedo se alle gambe portano la solita tenuta dei giorni nostri, pantaloni o gonna corta, ma le braccia sono quasi interamente nude. Parlano ancora per un po’ e finalmente la smettono.

Ed ecco che arriva una donna, una giovane signora, che sembra essere senza tempo, nel suo abito lungo e sobrio che lascia scoperti solo mani e piedi. Si ferma anche lei al primo banco a destra, dove si mette in ginocchio a sinistra delle comari, che restano sedute. Sul capo ha un velo muliebre nero, coprente, non di quelli trasparenti da burla.

Lì per lì penso che la figura della giovane signora, così santamente abbigliata e devotamente raccolta, potrebbe essere un esempio sorprendente oltre che edificante per le due comari. Magari fossero così decorose le nostre madri, spose, sorelle, amiche, parenti, conoscenti, vicine, colleghe… in questo povero mondo che si trascina nella superbia e nell’impudicizia.

Ha inizio la S. Messa tridentina. I paramenti del sacerdote sono meravigliosi e appare raggiante l’altare, il vero altare cattolico a ridosso del Tabernacolo, non la tavolona inventata dalla neochiesa modernista che prese il sopravvento negli anni Sessanta del secolo scorso.

Oggi è il Corpus Domini e quindi viene fatta l’incensazione. Mentre il frate muove l’incensiere nel presbiterio, le due comari, che fino allora tacevano, esplodono. Come quegli uccelli che al segno quasi impercettibile di uno spiccano il volo insieme, se ne partono rumorosamente e violentemente dal loro posto, vociando, come a dire: «Siamo stufe, ma quanto dura questo spettacolo? Non siamo venute qua a perdere tempo!». Raggiungono l’uscita della chiesa, sempre in modo teatrale e rumoroso, facendo commenti con aria indisposta.

Povere infelici, è proprio vero, anche per loro, ciò che sta scritto nel libro del profeta Geremia (17,5-6): «Maledetto l’uomo che confida nell’uomo… quando viene il bene non lo vede». Queste due sciagurate hanno guardato tutto il bene della Chiesa e dell’umanità, racchiuso come per incanto in una piccola chiesa, e non l’hanno visto, cioè l’hanno disprezzato. Peggio per loro!

Mentre la S. Messa prosegue con i suoi tempi sacrali e maestosi, sento il desiderio che possa non finire mai, purché io abbia accanto i miei familiari…

L’omelia del sacerdote è limpida e verace. Dura solo pressappoco cinque minuti, chissà, forse perché il ministro di Dio vuol compensare la lunghezza maggiore della liturgia dovuta alla Solennità.

Finita la celebrazione del Santo Sacrificio Eucaristico, la Messa cioè, mi ritrovo contento anche perché l’inginocchiatoio non sembra poi così scomodo.

Grazie a Dio, non sono il solo a trattenermi per il ringraziamento alla Comunione. Ad un certo punto, mi si avvicina una creatura umana smarrita, che mi domanda se sono un sacerdote. Eh già, anima cara, quanti ne avrai visti di quelli che risultano essere sacerdoti e si vestono secondo le loro voglie… Magari con una giacca blu fantasia, come quella che porto io adesso. Ma mi limito a rispondere di no e ad indicarle la sacrestia.

A quanto pare, la povera creatura umana trova la disponibilità del sacerdote. Ancora non torna fuori dalla sacrestia quando lascio la chiesa.

Penso allora che per quanto sofferente, confusa e forse malata, quella persona non è delle più sfortunate, se coglierà l’occasione di confessarsi con un sacerdote fedele.

Sto concludendo la presente memoria e il sole ancora illumina questa parte dell’Italia. Possano i nostri concittadini guardare e vedere il bene che viene, anche con la luce splendente nell’azzurro del cielo.


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