Alberto Sordi. Romano, cattolico, apostolico

Alberto Sordi

L’antico e suggestivo quartiere di Trastevere è un pezzo importante del cuore di Roma. Il celebre attore Alberto Sordi era proprio trasteverino, oltre che “romano de Roma”. Non solo, ma non tutti sanno della sua profonda religiosità cattolica e della devozione che nutriva per la Madonna, grazie alla fede che specialmente la sua buona mamma gli aveva trasmesso.
Alberto Sordi, birbantello da bambino, prese poi la via del cinema, dimostrando un talento geniale. Se poi è vero che tanta sua produzione riflette situazioni di peccato invece di prenderne salutarmente le distanze, non si può d’altra parte che ammirare la fede schietta che il nostro seppe mantenere. L’Albertone nazionale era davvero romano, cattolico, apostolico, come la Chiesa che sentiva sua pur non condividendo le innovazioni fatte per piacere al mondo.
Tutto questo, Sordi lo manifesta chiaramente nella bella e luminosa intervista che segue.

Intervista con Alberto Sordi di Roberto Rotondo

Alberto Sordi a Piazza San Pietro
Alberto Sordi a Piazza San Pietro

«Avevo quattro anni quando vidi per la prima volta San Pietro e fu proprio per il Giubileo del 1925. Ero in compagnia di mio padre, venivamo da Trastevere, dove ero nato in via San Cosimato e dove vivevo con la mia famiglia. Arrivammo percorrendo i vicoli, che poi furono distrutti, di Borgo Pio: un ammasso di casupole, piazzette, stradine. Poi, dietro l’ultimo muro di una casa che si aprì come un sipario, vidi questa immensa piazza. Il colonnato del Bernini, la cupola. Un colpo di scena da rimanere a bocca aperta. Ecco, quello che ricordo di più di quel Giubileo fu questa sorpresa». Sorride, Alberto Sordi, e non c’è nostalgia stucchevole nel suo racconto. È l’attore più caro agli italiani, quello che ne ha saputo raccontare la storia, i vizi, i pregi e i difetti meglio di tanti professori e intellettuali. Gli si spalancano gli occhi mentre ricorda: è un bambino di settantanove anni per come si entusiasma. […]
Dal Sordi “cattolico, apostolico, romano”, che ha visto passare tanta acqua sotto i ponti del Tevere, vogliamo farci dire come erano vissuti i giubilei del passato dal popolo, e alcune impressioni sull’Anno Santo che stiamo vivendo. Fa subito una premessa: «Noi abbiamo avuto il privilegio di nascere a Roma, e io l’ho praticata come si dovrebbe, perché Roma non è una città come le altre. È un grande museo, un salotto da attraversare in punta di piedi. I potenti che non l’hanno capito hanno prima portato qui tanti ministeri e poi l’hanno trasformata in una città industrializzata… Poi è arrivata tanta gente da fuori… Con la città è cambiato anche il modo di vivere la romanità. Ma quello di un tempo era senza dubbio il più vero».

Com’era la vita a Roma nel 1925, anno del primo Giubileo di Pio XI?
ALBERTO SORDI: Roma allora contava seicentomila abitanti e a Trastevere c’era la tipica atmosfera di un paese. La ricordo come un’isola felice piena di calore. Ci conoscevamo tutti e se a qualcuno capitava qualcosa di bello, era una gioia per tutti; se al contrario qualcuno viveva qualche dolore, aveva intorno tanta gente affettuosa. La vita cominciava all’alba e proseguiva fino a sera in un susseguirsi di avvenimenti e di appuntamenti ben precisi a cui nessuno poteva mancare. La festa del Carmine o quella dell’Immacolata Concezione, per esempio, con l’affluire disordinato e rumoroso dei devoti, per noi bambini erano sempre sinonimo di allegria. E poi c’era l’appuntamento fisso del sabato da Pasquino, una latteria-bar che faceva i maritozzi con la panna e “lo squaglio” di cioccolata. Per noi bambini tutto era stupore, tutto era motivo di curiosità e di commento. Ai nostri occhi ogni piccola cosa che accadeva assumeva un fascino particolare.

Forse era proprio l’essere un bambino che le faceva vedere tutto così…
SORDI: No, non credo. Semplicemente si viveva in maniera più umana. Ad esempio, per gli adulti il rapporto con la propria condizione sociale era più sereno. C’era la povertà ma c’era anche uno spirito di adattamento, un rispetto diverso gli uni per gli altri. Pensi che il “monnezzaro de Trastevere”, il signor Armando, era il primo attore del Teatro La Marmora, dove la domenica si andava a vedere drammoni tipo: Il padrone delle ferriere, Le due orfanelle, I miserabili. Ogni giorno lui si faceva anche sei piani di scale su e giù nei palazzi, con il sacco sulle spalle, strillando: «Monnezza!!». E quando si apriva la porta si diceva: «Oh, signor Armando, buongiorno, ecco ’a monnezza… E che ci prepara domenica?». E Armando rispondeva: «Il padrone delle ferriere». «Ah, grande! Complimenti, signor Armando, bravo». E questo era “er monnezzaro”! Oggi, anche se li chiamiamo “operatori ecologici” per non offenderli, nessuno vuol fare questo lavoro perché si sente declassato. La dignità, la considerazione allora erano un’altra cosa.

Questi sono anche gli anni della sua prima educazione cattolica in famiglia. Cosa ricorda?
SORDI: Il mio rapporto con il Padreterno si basa proprio sull’educazione che fin da piccolo i miei genitori mi hanno dato così come mi hanno insegnato a camminare e a parlare. Mi ritengo un uomo fortunato per questo. Mia madre era una donna rassicurante e affettuosa ma anche decisa. Seguiva alla lettera gli insegnamenti della Chiesa cattolica: era praticante convinta e si adoperava per gli altri tanto da farsi benvolere da tutto il quartiere. Era maestra elementare, anche se smise appena cominciò ad avere figli. Io la vedevo come la Madonna, senza peccato: per questo cercavo di preservarla da ogni dolore raccontandole, a volte, pietose bugie. Anche se lei mi vedeva come un angioletto, io avevo una predisposizione a tutto ciò che era proibito, e i pasticci me li andavo a cercare.

E i suoi primi contatti con la Chiesa?
SORDI: Ho cominciato da piccolo a frequentare il circolo cattolico della mia zona, e tutto quello che ho assimilato con il catechismo anche oggi lo metto in pratica giorno per giorno. Da allora non ho mai provato il minimo ripensamento: vado a Messa, mi confesso, prego ogni giorno, credo nei dogmi e non li discuto. È bello credere, e non si crede facendo tanti ragionamenti: io sono cristiano, la vita mi ha sempre più convinto che il Cristianesimo è vero. Che bisogno c’è di ragionarci su?

Eppure lei non è mai stato quello che si dice un “bacchettone”, e la sua vita non è

Alberto Sordi su Ponte Sant'Angelo
Alberto Sordi su Ponte Sant’Angelo

stata quella di una “dama di san Vincenzo”…
SORDI: (ridendo) Certo non mi ritengo un santo, ma per questo c’è la confessione… La nostra pratica religiosa è sempre accompagnata dalla confessione: vieni perdonato dal prete, poi ricadi nello stesso peccato e torni a confessarti facendo il proposito di non ricaderci più. E stai di nuovo come un santo. L’importante è essere sinceri e non barare con il Padreterno. Tanto, dove non arrivo io arriva lui! Questo è quello che mi insegnavano al catechismo, ed erano anni in cui anche se andavi a vedere uno spettacolo di rivista dovevi poi confessarti…
Tornando a quando ero un bambino, ricordo che andavo spesso a fare il chierichetto a Santa Maria in Trastevere (dove una volta fui benedetto dopo essere uscito indenne da sotto le ruote di un furgone che mi aveva investito). Avevo sei anni, ma già vivevo nei miei sogni d’artista, e il fatto che volevo fare l’attore era noto a tutto il quartiere. Non riuscivo a resistere alla smania di comparire, di esibirmi, e lo facevo anche servendo la Messa. Immaginavo che i fedeli in preghiera fossero il mio pubblico: agitavo l’incensiere, facevo piroette e cantavo a voce altissima; e ogni tanto il parroco scendeva dall’altare e diceva: «Ma che sta’ a fa’?». E volavano sonori schiaffoni, con la gente che rideva. Poi in sagrestia chiedevo perdono, ma il parroco mi diceva: «Ma che perdono e perdono, guarda che non stai mica sul palcoscenico. E vabbé che voi diventà n’attore… ma io la Messa nun te la faccio più servì». I preti ci hanno insegnato tutto, la socializzazione, l’equilibrio tra il bene e il male, il piacere del perdono dopo uno strappo alle regole. Certo, oggi è tutto cambiato: la Messa non è più in latino, ci sono le chitarre in chiesa, il prete dice Messa rivolto ai fedeli come se si esibisse davanti al pubblico… j’avessi dato io l’idea?

A proposito di spettacolarizzazione. Cosa ne pensa dell’inizio del Giubileo del 2000?
SORDI: Ripensando ai giubilei del passato, che erano solo eventi religiosi e non un pretesto per altro, un certo effetto me l’ha fatto… Ma d’altra parte ormai è un avvenimento solo quello che va in televisione. Siamo diventati una società esibizionista per effetto del piccolo schermo. Vedi la gente comune che si esibisce e saluta felice nella telecamera con la smania di uscire dall’anonimato e di mettersi in mostra in ogni occasione. E anche se non ci sono le telecamere, la gente va dove c’è la folla, perché pensa che quello e solo quello sia l’evento. Fanno code sulle autostrade, vanno ad ammucchiarsi sulle spiagge, e i giovani vanno ai concerti, a sentire uno che non si capisce che dice quando canta, solo perché lì si ritrovano in centomila. Così anche la Chiesa può peccare di esibizionismo, di leggerezza, come quando è ossessionata dal problema di catturare il consenso dei giovani.

Come è cambiato in tutti questi anni il rapporto dei romani con il “cupolone”?
SORDI: La Chiesa in questa città è sempre stata importante. E il degrado di Roma ha coinvolto anche la Chiesa. Noi romani ci siamo sempre sentiti più sudditi del Papa che dei re o di Mussolini, che non a caso ha subito fatto un concordato. Ci siamo sempre sentiti sudditi di una grande monarchia, orgogliosi del fatto che il Papa ce l’avevamo solo noi. In questo abbiamo anche un po’ influenzato il resto del Paese.

Il romano, a volte anche nei suoi film, è stato dipinto come un cinico, un disincantato, un indolente. Con che atteggiamento i romani accoglievano i pellegrini di tante nazioni durante l’anno giubilare?
SORDI: Cinico non direi. È più l’aria di chi ne ha viste tante. L’indolenza è una filosofia che raccomando a tutti: oggi il cittadino romano non esiste più, siamo presi da una vita convulsa, tutti vanno di fretta. A Roma un tempo, se uno passava di corsa, lo prendevano, lo sbattevano contro una porta e gli dicevano: «’Ndo’ scappi?». Perché a Roma, se correvi come un matto, poteva voler dire solo che scappavi. Ma l’indolenza era anche un aspetto della voglia di ragionare sulle cose, di non accettare tutto in maniera ottusa, di non seguire le mode. Oggi non riflettiamo più sulle nostre azioni, trasgrediamo o commettiamo delle crudeltà anche per mancanza di riflessione. Una volta anche solo il fatto di andare a piedi, di salutarsi, di sentirsi parte di una società, aiutava a essere più umani. Arrivando alla sua domanda, c’è poco da dire: il Giubileo noi romani l’abbiamo vissuto sempre con un certo atteggiamento da padroni di casa, da eredi di una città unica, con orgoglio.

Lei ha accennato al fatto che i preti le hanno insegnato tutto… Ci sono diversi rappresentanti del clero tra i suoi tanti personaggi, qualcuno buono e pio, qualcuno molto meno…
SORDI: Ho sempre desiderato far vedere gli uomini come sono nella realtà, con tutti i loro difetti ma anche con i loro pochi pregi, sempre con una certa bonarietà. Comunque, grazie al mio spirito di osservazione, nella fede e nella Chiesa ho trovato anche un modo per sorridere e far sorridere. […]

E la Chiesa di oggi, che personaggi potrebbe ispirarle?
SORDI: In realtà, la Chiesa di oggi offre pochi spunti. Un po’ perché i preti tendono a mimetizzarsi, vivono e vestono come laici e si vergognano di mettersi anche una crocetta sul maglione (così non c’è da stupirsi se finisce che il semplice fedele poi si vergogna pure a farsi il segno della croce in pubblico); un po’ perché la gente identifica la Chiesa solo con il Papa… non ci sono altre figure conosciute. Questo Papa [Giovanni Paolo II] fa sì che tutto si concentri su di lui e, non che reciti, ma ha una parte non facile. È stato provato da “un sacco de disgrazie”: gli hanno sparato, poi è cascato, poi quelli che non gli hanno accomodato bene le cose… insomma, è ridotto un ammasso di ossa. Era uno che una volta si tuffava nella piscina, andava a nuotare… voleva somigliare, come uomo, a quelli che praticano sport e che si mantengono in forma, poi invece è stato provato da un sacco di disgrazie. E malgrado questo continua. Ha aperto la Porta Santa piano piano, e, rappresentando la sofferenza, alcune sue espressioni sono arrivate a toccare di più i nostri sentimenti. D’altronde, ci sentiamo orgogliosi di aver conosciuto un uomo che rappresenta il papa così. Ha smentito il detto romano “sto come un Papa”, che certo non si riferisce a lui, poveraccio…

Tra i Papi qual è quello a cui è più affezionato?
SORDI: Giovanni XXIII. Avevo conosciuto Roncalli quando era patriarca di Venezia, dove andavo in occasione della Mostra del cinema. Fin da allora lo ricordo come una persona molto gentile. Era un Papa a cui tutti i romani si erano affezionati, come ad un buon parroco.

Fonte:
http://www.30giorni.it/articoli_id_14776_l1.htm


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