Due poesie-capolavoro di Emily Brontë (traduzione e originale inglese)

Sorelle Brontë - Anne, Emily, Charlotte. Ritratto dipinto dal fratello Branwell
L’unica immagine ritenuta autentica delle tre sorelle Brontë scrittrici, realizzata dal fratello Branwell negli anni Trenta dell’Ottocento. Da sinistra a destra: Anne, Emily, Charlotte. Branwell si è solo vagamente rappresentato nella figura che appare sulla colonna posta al centro.

Avevo nel cassetto, o meglio nella memoria del “cervellone” elettronico, un piccolo saggio su Emily Brontë, celebre scrittrice inglese dell’Ottocento, e un paio di sue bellissime poesie già a buon punto nella traduzione.
L’interesse mostrato da una persona verso il presente blog, il 13 agosto 2019, mi ha riportato con l’attenzione a quei lavoretti lasciati in sospeso, e così li ho rimessi a nuovo. Alla persona considerata dedico l’articolo, lieto di offrire insieme ad esso l’intero mio apostolato.

OMAGGIO A EMILY BRONTË

L’opera con la quale Emily Brontë (1818-1848) raggiunse la notorietà, e a cui maggiormente si deve la sua fama, è il romanzo Wuthering Heights (tradotto in italiano con il titolo Cime tempestose). Anche nel suo romanzo emerge, come nella cospicua produzione poetica, la tendenza ad uno stato d’animo cupo, di persona schiva, non propensa a stabilire durevoli relazioni d’amore o d’amicizia. Faceva eccezione l’affetto che legava l’Autrice ai familiari, e in particolare alle due sorelle Charlotte ed Anne.
La madre morì nella loro prima infanzia, lasciando il marito Patrick, parroco anglicano di origine irlandese, cinque figlie – le prime due, ignote al pubblico, morirono giovanissime – e un figlio maschio, Branwell.
Il cognome Brontë risale a un’iniziativa del padre, che lo sostituì al proprio in segno di ammirazione per Lord Horatio Nelson (1758-1805), nominato Duca di Bronte in Sicilia dal Re Ferdinando IV di Borbone.
Prendiamo dal sito internet Radio Spada, vera miniera del sapere cattolico, la ricostruzione della vicenda:

Nel dicembre del 1798, infatti, l’ammiraglio inglese Horatio Nelson portò in salvo Ferdinando IV di Napoli (e III di Sicilia) e la moglie Maria Carolina dalla capitale partenopea, che stava per essere conquistata dalle truppe del generale francese Championnet, verso la tranquilla Sicilia; in aggiunta l’ammiraglio Nelson si prodigò nella repressione della Repubblica Napoletana, tanto che uno dei principali esponenti, l’ammiraglio Francesco Caracciolo, venne impiccato su una sua nave in sua presenza. In cambio di questi eccellenti servigi Ferdinando diede all’ammiraglio inglese la possibilità di prendere in dono un feudo: Nelson scelse quello di Bronte, una cittadina ai piedi dell’Etna, ottenendone anche il titolo trasmissibile di Duca.

Bronte (provincia di Catania, Sicilia)
Bronte, in provincia di Catania (Sicilia), come appare oggi.

Ovviamente i meriti di Lord Nelson per la Corona inglese erano principalmente altri, ossia le vittorie riportate contro la Francia napoleonica, culminate nella decisiva battaglia di Trafalgar. Fu proprio in quello scontro che l’ammiraglio Lord Nelson perse la vita. Il condottiero britannico aveva del resto già pagato più volte il prezzo del valore militare, restando privo dell’occhio destro nel 1794 e del braccio destro tre anni dopo.
Non tutto fu encomiabile nella vita di Lord Nelson; nel 1800, di ritorno dall’appoggio dato al sovrano borbonico, si macchiò doppiamente di adulterio, tradendo la propria consorte con un’altra donna sposata.

Lord Horatio Nelson, Duca di Bronte
Ritratto di Lord Horatio Nelson

Le tre sorelle Brontë superstiti, crescendo, diventeranno letterate e scrittrici. Charlotte firmerà lo straordinario romanzo Jane Eyre, epopea di un grande amore, non privo di punzecchiature anticattoliche. Il fratello Branwell invece, dopo aver coltivato anch’egli interessi letterari, precipiterà lungo la china dell’alcolismo e della dissolutezza. Ciò gli costerà una morte prematura, accompagnata tuttavia da un sentimento religioso sino agli ultimi istanti.
Malgrado una vita e un’opera viziate molto spesso da toni deprimenti, Emily Brontë, come la sorella Charlotte, dimostra un autentico genio letterario. La sua fede cristiana, più sofferta a confronto delle sorelle, si rinsaldò negli ultimi tempi della sua breve vita, quando giunse allo stremo per un irrimediabile attacco di tisi.
La prima poesia di Emily Brontë qui presentata fu da lei composta in memoria della madre scomparsa. È l’occasione per rivelare la tenacia della propria fede, mentre con versi nobili e dignitosi manifesta il dolore di una perdita così grande.
Seguono gli ultimi versi che dell’Autrice si conservano, rimasti senza titolo – si usa titolarli con le parole iniziali. Vi troviamo espressa un’intensa elevazione del cuore e della mente a Dio, con lo sguardo contemplativo rivolto sull’esistenza e l’universo.

I testi originali sono tratti da: The Complete Works of Emily Brontë – in two volumes. Vol. I Poetry – The Complete Poems of Emily Brontë, edited by Clement Shorter, with introductory essay by W. Robertson Nicoll, London, Hodder and Stoughton, 1910.

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Encouragement

I do not weep; I would not weep;
Our mother needs no tears:
Dry thine eyes, too; ’tis vain to keep
This causeless grief for years.

What though her brow be changed and cold,
Her sweet eyes closed for ever?
What though the stone—the darksome mould
Our mortal bodies sever?

What though her hand smooth ne’er again
Those silken locks of thine?
Nor, through long hours of future pain,
Her kind face o’er thee shine?

Remember still, she is not dead;
She sees us, sister, now;
Laid, where her angel spirit fled,
’Mid heath and frozen snow.

And from that world of heavenly light
Will she not always bend
To guide us in our lifetime’s night,
And guard us to the end?

Thou know’st she will; and thou mayst mourn
That we are left below:
But not that she can ne’er return
To share our earthly woe.

Incoraggiamento

Io non piango; non vorrei piangere;
Nostra madre non ha bisogno di lacrime:
Asciuga anche tu i tuoi occhi; è vano nutrire
Quest’infondata pena per anni.

Che vuoi se la sua fronte è mutata e fredda,
I suoi dolci occhi chiusi per sempre?
Che vuoi se la pietra—l’oscura coltre di terra
Separano i nostri corpi mortali?

Che vuoi se la sua mano mai più liscerà
Quelle tue ciocche setose?
E se, per lunghe ore di sofferenza futura,
Il suo volto gentile non splenderà su di te?

Ricorda tuttavia che lei non è morta;
Lei ci vede, sorella, adesso;
Pur se giace ove il suo angelico spirito s’è librato,
Fra l’erica e la neve gelata.

E da quel mondo di luce celestiale
Forse non si chinerà lei ognora
Per condurci nella notte della nostra esistenza,
E custodirci sino al termine?

Tu sai che lo farà; e tu puoi dolerti
Che noi siamo lasciate quaggiù:
Ma non che lei manchi di ritornare
A condividere il nostro dolore terreno.

(Traduzione di Isidoro D’Anna)

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No Coward Soul

No coward soul is mine,
No trembler in the world’s storm-troubled sphere:
I see Heaven’s glories shine,
And faith shines equal, arming me from fear.

O God within my breast,
Almighty, ever-present Deity!
Life—that in me has rest
As I—undying Life—have power in Thee!

Vain are the thousand creeds
That move men’s hearts: unutterably vain;
Worthless as withered weeds
Or idlest froth amid the boundless main,

To waken doubt in one,
Holding so fast by Thine infinity,
So surely anchored on
The steadfast rock of Immortality.

With wide-embracing love
Thy Spirit animates eternal years,
Pervades and broods above,
Changes, sustains, dissolves, creates and rears.

Though earth and man were gone,
And suns and universes ceased to be,
And Thou were left alone,
Every existence would exist in Thee.

There is not room for Death,
Nor atom that his might could render void:
Thou—Thou art Being and Breath,
And what Thou art may never be destroyed.

Non un’anima codarda

Non un’anima codarda è la mia,
Non di chi tremi nelle tempeste dell’orbe terreno:
Io vedo le glorie del Cielo rifulgere,
E la fede parimenti rifulge, armandomi contro la paura.

O Dio entro il mio petto,
Onnipotente, Divinità d’eterna presenza!
Vita—che ha in me riposo,
Mentre io—Vita imperitura—in Te ho potenza!

Vani sono i mille credi
Che muovono i cuori degli uomini: inesprimibilmente vani;
Senza valore, come malerbe avvizzite
O vacuo schiumare sulle acque sconfinate,

Per destare dubbi in quei,
Che si tiene sì stretto alla Tua immensità,
Con tale sicurezza ancorato
Alla salda roccia dell’Immortalità.

Espandendosi in un abbraccio d’amore
Il Tuo Spirito anima anni eterni,
Pervade ed aleggia al di sopra,
Cambia, sostiene, dissolve, crea e conduce.

Pur se la terra e l’uomo si dileguassero,
E i soli e gli universi cessassero d’essere,
E Tu soltanto fossi rimasto,
Ogni esistenza in Te esisterebbe.

Non c’è spazio per la Morte,
Né atomo che il suo potere riesca a render vuoto:
Tu—Tu sei Essere e Respiro,
E mai ciò che Tu sei potrà essere distrutto.

(Traduzione di Isidoro D’Anna)


2 risposte a "Due poesie-capolavoro di Emily Brontë (traduzione e originale inglese)"

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