Alla scoperta della croce quotidiana

Portare la croce

Ho ricevuto da un nostro fratello nella fede una bella testimonianza, che è rivolta a tutti noi. Eccola.

Carissimo, ci accontentiamo anche di ciò che non c’è. Anche sommersi dalle croci, un motivo per ringraziare il Signore c’è sempre. Basta saperlo vedere.
Contemplando la Croce, sotto il peso delle nostre croci, l’evidenza di certi tesori è un lampo accecante di ovvietà. Come tutte le cose ovvie non bisogna scordarsi di notarla.
La Croce è come un mosaico. Da vicino vedi solo alcune tessere. Se ti allontani ne puoi apprezzare la completa bellezza. Senza contemplare la Croce, e le croci nostre, non ne vedremo mai lo splendore perché anche le croci hanno tanti tesori da offrire.
Che queste mie povere considerazioni possano essere un piccolo ma importante sostegno a chi, gravato dalla tribolazione, si sentisse smarrito e angosciato.
Ripenso ad un recente ricovero di mia moglie che è gravemente malata.
Nelle lunghe ore in cui le stavo a fianco ho alternato la preghiera con la meditazione cristiana.
Ho preso qualche appunto per non dimenticare le sensazioni e i pensieri che ho ritenuto più importanti.
L’occasione è propizia per condividere tutto questo e dunque li riporto di seguito, così come mi giungevano alla mente.

Sono in ospedale accanto al letto di mia moglie che, dopo molte ore di lotta contro l’agitazione, si è acquietata e ora riposa.
Ora albeggia, mentre rifletto. Tra poco vorrei recitare le Lodi ma le attività in un ospedale sono cadenzate, invadenti e raramente permettono di seguire i nostri tempi, le necessità, le nostre abitudini.
Intorno alle venti di ieri sera è arrivata un’infermierina che trasportava, sollevata, una poltrona, che ho scoperto essere pesantissima, eppure lei la portava con leggerezza e ne restava quasi nascosta tanto era grande la poltrona. Sembrava una poltrona che camminava da sola. Era la mia poltrona per affrontare la notte. Non avevo chiesto nulla.
Le notti in ospedale sono affascinanti perché, per alcuni, la sofferenza si placa mentre per altri è motivo di smarrimento, di dolore che non passa, di insonnia. Di attesa della luce, di un po’ di pace, di un volto amico.
I rumori più forti si spengono finalmente ma, mentre la stanchezza ti sorprende e cerchi di abbandonarti al sonno, inizi a sentire i suoni della notte ospedaliera. Il lamento di qualcuno, un campanello che squilla, il rantolo di chi sta male. La tosse non manca mai. Ogni tanto senti il passo leggero e veloce delle infermiere che come rapidi angeli percorrono i corridoi per ascoltare richieste, controllare una flebo, rassicurare, spesso fare quelle piccole cose di cui necessita chi la notte non ha parenti vicino.
Ho assistito per 7 giorni e 7 notti mia moglie che non è più in grado di intendere e di volere. Ho avuto tanto tempo per pregare e tanto per meditare.
Ho visto infermiere chine sul loro carrello di medicinali a tutte le ore, eppure sempre sorridenti e disponibili per ogni bisogno.
Ho visto gli addetti alla cura corporale del degente entrare in stanza alle sei del mattino e allargare le braccia sorridenti tanto quanto farebbe una mamma che sveglia i propri bimbi.
Ho visto opere di delicatezza infinita nei confronti di chi giace in un letto denudato e percosso dalla malattia.
Ho visto degli eroi che amano il proprio prossimo anche quando si trova nelle condizioni umane più degradanti e private.
Ho visto attenzioni di tenerezza straordinaria nei confronti degli inermi. Giorno e notte.
Oggi vogliono insegnarci che si può uccidere dal primo battito del cuore fino a qualsiasi età, senza limiti.
Perciò torno subito a pensare a costoro che assistono come samaritani chi soffre. Per noi non hanno nome e quasi nemmeno un volto. Tra poco non li ricorderemo più. Eppure sono stati il nostro Cireneo nel momento del bisogno.
Sono persone che hanno fatto del proprio lavoro una cattedrale.
Ma ho anche visto medici non spiegarti nulla e non sapere rispondere a semplici domande.
Ho visto medici sorridere e dirti «Mi spiace, non ho tempo».
Ho visto medici scrivere cose false solo perché «così è il protocollo».
Ho visto medici dire con leggerezza una cosa che non si è mai avverata.
Ho visto medici che non hanno compreso il senso vero di ciò che fanno.
Ho visto medici comportarsi come un impiegato di banca.
Sono uscito da questo ospedale più povero materialmente eppure ricco come un Creso portando nel cuore tutta la carità fraterna e incondizionata che ci rende partecipi del Corpo Mistico della Chiesa di Cristo.
Questa è la “croce”, fratelli. L’ho imparato e doverosamente condivido.
La croce, la tribolazione, l’affanno ci pongono alla sequela di Cristo per tentare, noi che ne siamo coeredi, di imitarlo.
Il Cristo: vero Dio e vero Uomo. Nella sua umanità ha sperimentato dei limiti fisici al par nostro, pur restando immenso quanto a potenza.
La preziosità dell’acqua si rivela nella sete. La forza enorme della consolazione si rivela nella carità e nel soccorso. Come potremmo consolare senza aver conosciuto la consolazione?
Non è forse questo un tesoro che rifulge su chi avrà la grazia di sperimentare pena e sofferenza? L’abbraccio di Cristo, che con Maria ci stringe nei momenti più bui. Sentirlo è percepire la vertigine del dono ma anche del mistero.
Proprio quello che San Pio da Pietrelcina, lui che era un mistico, a volte esclamava nella meditazione: «Che grande mistero!».
Siate partecipi di questo immenso mistero: qui ne troveremo le tracce ma in Cielo lo vedremo tutto.
Quanto alle croci condivido al riguardo ciò che mi disse in gioventù un’anziana signora assai devota che guarda caso assomigliava a Natuzza Evolo (anche nell’eloquio).
«Le croci, mi disse, quando arrivano dobbiamo dire “una in meno e una in più”».
Con ciò intendendo una in meno che ci separa dall’incontro con Cristo e una in più che avremo da mostrargli come bottino della nostra sofferenza.
Pace e serenità nel Cuore Immacolato di Maria, Regina del Santo Rosario.

Un fratello nella fede e nel cuore


2 risposte a "Alla scoperta della croce quotidiana"

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