Preti in borghese e amore per la povertà

Preti in abito talare 2
Preti vestiti come Dio comanda.

Conosco un parroco, prete diocesano, che veste più che altro in borghese e porta ai piedi un paio di sandali. Qualcuno potrebbe dire: Non è una novità, oggi la situazione generale del clero maschile è questa.
Nella stagione calda, questo parroco e il vice parroco girano in bermuda, lasciando supporre quale sia la loro vera vocazione: quella dell’animatore turistico. Durante tutto l’anno invece, i due massacrano insieme la liturgia e la vita delle anime, organizzando anche spettacoli durante la Messa riformata che celebrano. Così la S. Messa diventa una Messinscena.
Alle suore normalmente non succede di travestirsi, ma il loro abito regolamentare è ormai spesso indecoroso: mostrano capelli, braccia e persino gambe scoperti in parte.
In realtà, la maggior delicatezza della dignità femminile può essere violata, ma rimane incancellabile nel profondo del nostro pensiero. Per questo è difficile vedere o immaginarsi una suora che usi pubblicamente un altro abito.
Tornando a quel prete, dalle nostre parti è risaputo che il suo modo di vestirsi sarebbe una scelta di povertà. Per cui ecco l’aspetto un po’ cencioso e i sandali, che non sono propri del prete ma del religioso (frate o monaco), e non sempre.
Vi farò un altro esempio di finta povertà e vera disobbedienza all’obbligo ecclesiale dell’abito.
Un sacerdote, Padre dei Francescani Conventuali, spesso lo vedevo vestito in borghese. Un giorno mi fece un discorsino, prendendosi tra il pollice e l’indice il maglione che indossava. Disse che per il voto di povertà lui non possedeva niente, infatti era pronto a togliersi quel maglione, se il suo superiore glielo avesse ordinato.
Ora leggiamo un episodio dalla vita del Santo Curato d’Ars (1786-1859), prete e Patrono universale di tutti i parroci.
Così racconta l’abate François Trochu nel suo Il Curato d’Ars (Marietti, 1997, pag. 559):

Un giorno, mentre andava a spiegare il catechismo all’orfanotrofio, incontrò un povero che aveva le scarpe in cattivo stato. Gli diede le sue, rimanendo con le sole calze che cercò di nascondere sotto la veste. Un’altra volta – dice Gianna Maria Chanay – gli avevo portato nella camera un paio di scarpe nuove e con mia meraviglia, la sera, me lo vidi dinanzi con vecchie scarpe rotte che avevo dimenticato di portare via dalla sua stanza. Scherzosamente gli dissi:
– Avete già regalato via le altre?
– Forse! – rispose.

Ecco, il Santo Curato non si sarebbe mai permesso di rinunciare alle scarpe, che facevano e fanno parte dell’abito del prete. Si regolava però con vero amore eroico per la povertà e i poveri.
La povertà evangelica ha il senso di affidarsi interamente a Dio, confidando nel suo Amore misericordioso e nella sua Provvidenza. Ma innanzitutto vuol dire spogliarsi della ricchezza del proprio orgoglio, la più preziosa per gli uomini e le donne mondani.
Povertà dinanzi a Dio vuol dire quindi rinnegare se stessi, cioè i propri vani desideri, e compiere unicamente la volontà di Dio, perché solo il Creatore sa qual è il nostro bene.
«Beati i poveri in spirito,» dice il Signore Gesù (Mt 5, 3). Beati cioè coloro che riconoscono la propria povertà di creature e si affidano a Dio in tutto.
I preti e i religiosi in borghese mancano di sincerità con se stessi. Usano il pretesto della povertà per sfogare il desiderio di fare come loro pare e piace. A modo loro, non a modo di Dio e della Chiesa. Non sono poveri, ma ricchi del proprio orgoglio.
C’è in questo anche un sottile materialismo. Si fa come se la fedeltà al Vangelo si dimostrasse solo con le cose materiali, e non anzitutto con l’adesione piena alla volontà di Dio, attraverso la santa obbedienza.
Allo stesso tempo, si nega il significato spirituale delle cose materiali più dignitose, con il pretesto che non sarebbero abbastanza povere. È la cecità di chi considera, in realtà, più l’aspetto materiale di quello spirituale.
Quando ancora la Chiesa era guidata da Papa Benedetto XVI, scoppiò la polemica sulle sue scarpe rosse. Qualcuno accusava il Papa di troppa attenzione all’aspetto esteriore, o di riesumare cose vecchie del passato.
Il quotidiano “La Repubblica” insinuò che le scarpe fossero di Prada, una nota casa di moda, salvo poi scrivere in modo meno evidente, nello stesso articolo, che l’azienda non confermava (www.repubblica.it, 5 novembre 2005).
Interessante leggere la verità in proposito da una voce non conformista:

È il sarto novarese Adriano Stefanelli a produrre le scarpe papali, rosse a indicare il sangue del martirio, che fanno parte dell’abito del papa fin dal Medioevo e da allora sono indossate da ogni pontefice. Se poi qualcuno è interessato al fattore prezzo resterà deluso, poiché Stefanelli afferma: «Io le mie scarpe al Papa le regalo, perché a volte la passione paga più del denaro» (da un’intervista di “VareseNews” del 10/03/2008).

Fonte:
https://www.facebook.com/notes/papa-benedetto-xvi/il-papa-veste-prada-no-era-una-bufala/413525632002836

Papa Benedetto XVI insegnava così a dare il giusto valore alle cose, materiali e spirituali.
Certamente però ci sarebbe stato bisogno di recuperare tutta la ricchezza spirituale della Chiesa cattolica, romana e apostolica. Invece le dimissioni di Papa Ratzinger hanno lasciato il campo, più che mai, al dominio degli eretici e degli apostati.
I nuovi dominatori della Chiesa ufficiale professano la povertà materiale, ma sono ricchissimi della loro perversa superbia.
Tuttavia, possiamo star certi che «passa la scena di questo mondo» (1 Cor 7,31), mentre gli empi sono davanti a Dio «come pula che il vento disperde» (Sal 1,4). E così anche il clero indegno sarà disperso, se non si pentirà profondamente di tutto il male fatto alla Chiesa e alle anime.


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