Come ci fa diventare l’orgoglio?

Spine - foto di Simon Mettler da Pixabay - spur-1818848_1920

Nella lingua italiana, a differenza che nell’inglese, possiamo distinguere tra “orgoglio” e “superbia”. L’orgoglio è già un guardare se stessi, un ritirarsi in se stessi con un senso di superiorità, magari condiviso con altri di un gruppo, di una cerchia. La superbia vera e propria è il netto rifiuto di riconoscere Dio, sia con l’ateismo, sia con il rifiuto di obbedire ai suoi santi Comandamenti.

Con l’orgoglio si trascura Dio, con la superbia lo si nega radicalmente.

Ricordiamo, con l’occasione, che i dieci Comandamenti ci guidano ad amare Dio e il prossimo. Chi non dimostra vero amore a Dio e al prossimo, in particolare ai santi e ai giusti, non si può dire che osservi i Comandamenti. Anche perché ci sono tanti modi di uccidere il prossimo e se stessi: non solo fisicamente, ma anche negando l’amore cristiano a una persona o a se stessi.

L’orgoglio, a ben vedere, ci rende stolti, sterili e aridi. Stolti, perché ci fa scegliere quello che la retta ragione mai vorrebbe. Sterili, perché ci fa compiere quello che Dio non ha comandato e che la Chiesa, la vera Chiesa Madre e Maestra, non ha mai insegnato. Aridi, perché ci fa allentare o rifiutare l’amicizia con Dio e con le persone che gli sono fedeli, uomini e donne preziosi e rari che Dio ha messo sul nostro cammino, e ai quali rispondiamo con indifferenza o disprezzo.

Il contrario dell’orgoglio è l’umiltà, che vuol dire radicare in Dio tutto noi stessi, morire a noi stessi e al mondo e rinascere alla grazia di Dio. L’orgoglioso, infatti, perde molte grazie, cioè tutte le occasioni di fare meglio o bene. L’umile è invece pronto a cogliere ogni grazia, e in questo assomiglia ai bambini, che accolgono il bene con cuore puro.

Non a caso, il Signore Gesù ci ammonisce: «Se non diventerete come bambini, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 18,3).

Poi nel Vangelo di San Giovanni si può leggere: «In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna» (Gv 12,24-25).

Il Signore qui parla della disponibilità a donare la vita per amore suo, per amore di Dio. Non solo però la vita fisica, ad esempio con il martirio. Siamo disposti noi, in ogni nostra scelta, in ogni particolare aspetto della nostra vita, a cercare ciò che piace a Dio e non a noi? O vogliamo tenerci qualcosa per avere la soddisfazione di fare come ci piace? Siamo disposti a far morire l’uomo vecchio, vano, orgoglioso, e a non guardare più noi stessi, sapendo che già Dio guarda e provvede a noi?

Siamo disposti a far cadere i limiti del conformismo, della mediocrità, delle cattive abitudini, per iniziare un cammino missionario, anche come semplici laici? Se restiamo attaccati alle nostre scelte, rimaniamo soli, soli con noi stessi. Se invece muoriamo a noi stessi e al mondo, saremo capaci di stringere veri legami e produrremo molto frutto: conversione, santificazione, salvezza e ogni bene in questa vita e nell’eternità.

Vogliamo essere quelli che con la cintura ai fianchi e la lampada accesa aspettano la giustizia di Dio, il ritorno di Cristo, il trionfo del Cuore Immacolato di Maria? O preferiamo far parte della stragrande maggioranza di cattolici che non ha più idea di cosa sia la fede cattolica, e se la incontra la nega e la disprezza?

Ricordiamoci sempre che esiste una sola fede cattolica, con una sola dottrina e una sola liturgia, quella risplendente della Santa Messa tradizionale in latino. Tutto il resto è opera morta di gente superba e orgogliosa, mentre sono vive solo le opere della vera Chiesa di Cristo, quella che prosegue nel suo piccolo resto.

È opera morta, però, anche quella di chi s’insubordina senza necessità estrema all’autorità gerarchica, e crea delle cerchie e delle chiese parallele in nome della fedeltà cattolica. Anche questo vuol dire essere stolti, sterili e aridi, perché si fa quello che la retta ragione mai vorrebbe, che Dio e la Chiesa non hanno mai comandato o insegnato e si recidono le relazioni con i fedeli che rimangono a lottare e portare la croce nella Chiesa.


3 risposte a "Come ci fa diventare l’orgoglio?"

  1. Un articolo da leggere e meditare con cura, anche per un più profondo esame di coscienza.
    Hai fatto bene a ricordarci che bisogna sempre restare uniti nell’unica Chiesa e che diversamente si entra in una strada senza uscita, erronea e sterile. Senza cattiveria cito: “dai loro frutti li riconoscerete”.
    Grazie Isidoro!

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