Chi conosce il cuore di una vera donna?

Di matrimoni validi, leciti e fecondi ce ne sono stati tanti fino ai nostri tempi. Matrimoni che certamente riflettevano, nella felicità domestica, l’amore tra gli sposi e il primo fine della loro unione sacramentale: la procreazione e il bene dei figli.

Seguendo i criteri della vera fede cattolica, sono possibili amori senz’altro buoni, ma che non sempre si possono dire sublimi.

Desideravo fare questa premessa, perché qui parleremo proprio dell’amore sublime. Anche se penso di aver sbagliato trent’anni di vita, in qualche modo è stata sempre l’altezza dell’amore a motivarmi. L’errore è stato continuare a illudermi che potessi realizzare l’amore sponsale verso Cristo nel sacerdozio. In realtà, questo era impossibile, se non altro per il limite nella capacità di studio.

Allora si potrebbe dire: perché non vivere la dedizione esclusiva al Signore nella propria vita di laici? Ma questa vita deve potersi espandere intorno a chi la vive. Invece, una vita che langue per trent’anni divisa tra una stanza, un ambiente di lavoro e una città, senza trovare chi condivida i miei ideali, che vita è? Possiamo chiamarla vita, questa? Il medico San Giuseppe Moscati, per esempio, pur rimanendo celibe ebbe occasione su occasione di espandere il suo amore. E allora, pur non potendo conoscere l’insondabile pensiero di Dio, guardo indietro e penso di aver commesso un grave errore, quello di non aprirmi al matrimonio. Nessuno, del resto, mi ha mai saputo o voluto guidare. Tutti mi hanno lasciato in una specie di limbo, dal quale mi sono risvegliato solo pochi mesi fa.

Se mi fossi sposato, sarei andato via da questa stanza e dall’appartamento, e con la mia sposa adorata ci saremmo stabiliti nella nostra casa, che sarebbe divenuta il santuario dell’amore. Per lei e i nostri figli, avrei affrontato intrepidamente ogni sacrificio. Avrei meglio sopportato il degrado che devo affrontare in ogni mia giornata…

Fin da giovane, ho conosciuto ragazze e poi donne che apparivano capaci di un amore sublime, ma ho sempre rinunciato. Forse ora è troppo tardi, ma mi affido a Dio, perché ogni giorno che mi concede rappresenta ancora l’opportunità di conoscerlo, amarlo e servirlo. Ogni nuova alba che Dio ci dona, comunque il sorgere del sole ci trovi, è la promessa di un’alba eterna.

Queste confidenze, che affido ai pochi lettori sensibili, non sono fini a se stesse, ma le diffondo per evitare che altri commettano i miei stessi errori. Inoltre colgo l’occasione per condividere la forza della vera fede cattolica.

Non vorrei però far sentire sbagliate quelle unioni che sono buone pur senza arrivare così in alto, alla sublimità dell’amore.

In 51 anni di vita (portati dimostrandone sicuramente meno), ho visto che quasi tutte le persone, anche molto avanti spiritualmente, non sembrano consapevoli della possibilità di un amore sublime.

Infatti, chi fra i comuni mortali conosce il cuore di una vera donna?

Anche persone devote e consacrate alla Madonna, non comprendono il mistero paradisiaco di una donna che le assomigli. Non lo comprendono, anzi, sembra che non l’abbiano mai neppure intravisto. E di conseguenza, i consigli che queste persone danno, magari nella qualità di sacerdoti, non sempre sanno smuovere le situazioni… Ecco perché ho continuato ad inseguire le chimere, in una vita senza senso. A meno che il Signore volesse proprio questo, ma mi sembra impossibile.

Come giustamente afferma un Santo, la Madonna è il Paradiso che Dio si è scelto per Sé. In modo simile, potremmo dire, la vera donna è il Paradiso che Dio concede al suo sposo. Se la Madonna è mistero di bellezza che Dio solo conosce e abbraccia, la vera donna è mistero di bellezza che neppure il suo sposo riesce mai a conoscere e abbracciare interamente. Ma proprio qui sta la bellezza del mistero: nel donarci di poterlo contemplare, intuendo che non conosce limiti, perché sconfina in Dio.

Questo senso di mistero si può coglierlo quando s’incontra una vera donna. Tutte le altre, anche se fossero in grazia di Dio, non lasciano sentire la profondità del mistero, ma sembrano appiattite nella loro vita troppo ordinaria.

Il mondo è stato, fin dalla caduta di Adamo ed Eva, una «valle di lacrime», come ricordiamo nella Salve Regina, magari recitandola in latino, la lingua della Chiesa viva. Eppure, per migliaia di anni, il mondo ha proseguito il suo cammino stentato. Dopo il tramonto della civiltà cristiana del Medioevo, è stato un percorso prima lento e poi frenetico verso l’inferno. Ormai siamo nel 2020 e non rimane quasi più nulla di umano e cristiano. In Italia, l’ateismo di quasi tutta la popolazione ha portato all’instaurarsi di una dittatura che dispone della vita delle persone come se fossero schiavi. Il clero è formato da uomini e donne che rendono culto all’uomo, non a Dio, e di conseguenza sono alleati con la dittatura ecclesiale e politica. I pochissimi preti, frati e suore fedeli vengono perseguitati a morte. La gente dei nostri tempi vive chiusa nella presunzione di aver capito, senza fedeltà, cosa sia la vita. Tutte queste persone, quando non sono impegnate a ripetere la loro lezioncina, si barricano in un silenzio di pietra. Un silenzio senza cuore, senza risposte, senza premure. Cosa possiamo desiderare, se non che un mondo simile scompaia per sempre? Che l’inferno vada all’inferno!

Ed ecco che, secondo l’imperscrutabile Divina Provvidenza, dall’infinita potenza creatrice di Dio sorgono ancora, qua e là, uomini e donne veri. Ma soprattutto, vere donne, almeno nella mia esperienza. Negli uomini trovo una chiusura e una rozzezza quasi totali. Conto le eccezioni sulle dita di una mano… considerando il mondo intero.

L’uomo vero, in ogni caso, non è un mistero di bellezza come la donna. Non è un mistero di amore e maternità come lei. Non avrà mai la sua dolcezza e tenerezza. Tutto questo lo può solo contemplare, amando, adorando, servendo e donando gioia alla sua sposa in ogni momento.

Sì, nel matrimonio cattolico, il marito è capofamiglia e la sua autorità deve essere riconosciuta dalla sposa. Se non si vuole la rovina del matrimonio e il dolore di avere figli ribelli, bisogna che la sposa obbedisca al marito in quelle cose che non sono peccaminose, irriguardose o mero capriccio.

Ma un conto è essere capofamiglia, e un altro conto è essere padrone. Un conto poi è essere un marito da sopportare, finché si può, in un matrimonio dalle premesse sbagliate. E un altro conto è essere un uomo vero, che sposa una donna vera per avere la gioia di onorarla come una grandissima regina. L’uomo vero inoltre sa di aver molto da imparare da colei che lo supera in amore, bontà, dolcezza, finezza e qualche volta, di conseguenza, anche in saggezza.

Non dimentichiamoci però che il matrimonio cattolico non può fondarsi solo sui sentimenti, fossero anche i più teneri. La premessa fondamentale per sposarsi è condividere la vita di fede e la più grande purezza, fin dal fidanzamento. Se la possibile fidanzata, o il possibile fidanzato, rimangono legati al peccato veniale abituale, o non condividono almeno i principi più importanti della fede cattolica tradizionale, allora è meglio non impegnarsi. Non a caso, San Paolo acutamente scrive (1 Cor 7, 32-34):

Io vorrei vedervi senza preoccupazioni: chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore; chi è sposato invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie, e si trova diviso! Così la donna non sposata, come la vergine, si preoccupa delle cose del Signore, per essere santa nel corpo e nello spirito; la donna sposata invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere al marito.

Quella che San Paolo descrive è la triste situazione dei matrimoni nel mondo. Bisogna invece che il giovane e la giovane, o l’uomo e la donna, siano d’accordo, prima di sposarsi, di volersi preoccupare delle cose del Signore, e di voler piacere al Signore. Altrimenti, dopo la fiammata sentimentale dell’inizio, lo sposo o la sposa che vogliono servire il Signore proveranno tanta amarezza nel vedere che il coniuge, giorno dopo giorno, non vuole servire altrettanto il Signore.

La sposa perfetta, si legge nel libro dei Proverbi (31, 12), al marito «dà felicità e non dispiacere per tutti i giorni della sua vita». Questo, ovviamente, vale anche viceversa. E quale felicità più grande ci può essere, per un uomo o una donna di fede, del poter ammirare quanto la sposa o lo sposo sia fedele, innanzitutto a Dio?

C’è poi la sublimità della sublimità. Infatti, non tutte le donne capaci di un amore sublime hanno il dono della dolcezza. Non parlo della dolcezza solo esteriore, che può riservare terribili sorprese. Parlo della dolcezza interiore ed esteriore, unita alla fedeltà della donna cattolica. La dolcezza di una vera donna è la qualità di colei che non ha mai nulla da dimostrare. Il pensiero di voler dimostrare qualcosa non la sfiora neppure. Il suo amore ha spiegato le ali ed è sempre teneramente in volo, nonostante lei muova i passi su questa terra di anime morte. Un uomo vero si sente sciogliere di fronte alla dolcezza indicibile della vera donna. Sì, il cuore dell’uomo si meraviglia, si rigenera e viene plasmato nel ricevere tanta dolcezza, che da Dio proviene e a Dio infallibilmente riconduce.


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