Cosa non si farebbe per superbia e orgoglio…

Osservando per anni le persone, e – devo riconoscere – anche me stesso, ho compreso cos’è che guida la stragrande maggioranza di loro.

Se conosciamo un po’ la fede cattolica, sappiamo che per amore di Dio e della Madonna, i veri cristiani sono pronti a dare la vita. Farebbero qualsiasi cosa, in ogni momento, per amore di Cristo e di Maria Santissima. Siamo consapevoli di dover tutto al Signore che ci ha donato la nostra e la sua vita, e alla Madre dolcissima e immacolata che ci ha dato Gesù.

Ebbene, cosa guida invece i nostri contemporanei? Qual è la loro motivazione più grande?

Forse, questa umanità tiene più di tutto alla ricchezza? Ai piaceri, e particolarmente quello impuro, che è la degradazione dell’amore? Si può magari affermare che queste persone vivano soprattutto per amore del potere? O per soddisfare il mondo e le sue vedute? Certo, tutto questo è realtà, ma non è ancora il culmine, il centro delle motivazioni della gente ordinaria.

No, sono la superbia e l’orgoglio i principi di vita supremi dei nostri contemporanei. Come il fedele sacrificherebbe qualsiasi cosa per amore di Cristo e Maria Santissima, i miscredenti, o i non credenti fino in fondo, sacrificano tutto per la loro superbia e il loro orgoglio.

Per superbia, si sacrifica la propria vita intera, la propria sposa o il proprio sposo, i propri figli, le amicizie vere, il bene della Patria, e infine l’ultima occasione, offertaci da Dio con infinito amore misericordioso, per la nostra conversione prima della morte. Si sacrifica tutto questo pur di non ammettere che Dio ci ha creati e ha voluto essere il nostro Padre di ogni bontà, e che merita la nostra più profonda adorazione e obbedienza di figli.

Pur di mantenere la superbia, si compiono crimini su crimini, follie su follie: parole sporche, atti impuri, contraccezione, divorzio, eutanasia e vari atti autolesionistici compreso il suicidio, desolazione dei figli che gridano nel cuore il loro bisogno di mamma e papà uniti, aborto, disprezzo verso i fedeli, attacchi mortali contro la Patria per distruggerne la fede, l’identità, l’integrità morale, politica ed economica.

L’Italia è in mano a uomini e donne ridotti da se stessi a bestie di satana, gente mossa soltanto dalla superbia e dalla conseguente sete di distruzione.

E l’orgoglio? La superbia comporta di non credere in Dio o di violare gravemente la sua Legge. Tuttavia, si può aver fede e lasciarsi motivare dall’orgoglio. Anche l’orgoglio, però, è una dimostrazione della durezza del nostro cuore.

Facciamo degli esempi concreti, che prenderò dalla mia esperienza.

Una rinomata rosticceria è a conduzione familiare: fratelli e sorelle, con mogli e mariti. L’accoglienza è sempre cordiale. Almeno due di loro, fra cui il titolare, sono persone credenti. La donna tra i due è una signora che sembra un’anima candida e buona. A volte mi sono sorpreso della generosità con cui accontentano dei nullafacenti che s’introducono e chiedono denaro, con bugie o prepotenza. Ora, questi gestori tengono aperta la loro attività commerciale anche di domenica, e persino nelle solennità, come per esempio l’Assunzione di Maria SS., che come sappiamo ricorre il 15 agosto. Perché fanno questo? Per accontentare i clienti? Per guadagnare di più? Per evitare, come si ritiene comunemente, un danno troppo grande alla propria attività? No, fanno questo innanzitutto per orgoglio. Per non riconoscere che Dio solo è infinitamente buono e giusto, e quindi ci ha dato i Comandamenti che sono Legge divina e perfetta, da osservare a qualsiasi costo, per essere meritevoli dell’amore di Cristo che ci ha redenti al prezzo della Croce. Non si fidano di Dio, ma di se stessi. Si aspettano più dall’osservanza della legge del mondo che della Legge di Dio. E così, giorno dopo giorno, mercificano le feste invece di santificarle.

Oppure, consideriamo certi sacerdoti, frati e suore. Mi sono rimaste impresse, anche se non letteralmente, le parole di Nostro Signore Gesù Cristo sul buon pastore. Cito dalla Bibbia (Lc 15, 4-6):

«Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta, finché non la ritrova? Ritrovatala, se la mette in spalla tutto contento, va a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta».

Ho sempre concepito il sacerdozio in questo modo: come un amore ardente, viscerale, che si riversa sulle altre persone, soprattutto su quelle più smarrite, e in particolare i giovani. Come la missione di «portare il fuoco sulla terra, e come vorrei che fosse già acceso!», secondo le parole del Signore Gesù (Lc 12, 49). In questo modo il sacerdote dovrebbe veramente adempiere il dovere di santificarsi e di santificare le anime. «Solo la fiamma accende un’altra fiamma», annotava un sacerdote cappuccino su un suo libro, anni fa.

Ebbene, cosa fanno tanti sacerdoti, frati e suore, anche credenti, anche tradizionali, quando una persona si rivolge a loro per condividere i propri doni? Non rispondono. Ecco la differenza tra il sacerdote buon pastore e quello ordinario, tra l’amore che non si ferma davanti a niente e l’orgoglio che non è capace di premure… Che il Signore ci doni, anche da laici, di non far mancare mai a chi ci interpella la viva dimostrazione del nostro amore!

Chiedo anch’io la grazia di diventare più buono, sapendo che Dio è infinitamente buono, ma non troppo buono. Chiedo di poter rimanere a tu per tu con Gesù e Maria dentro di me, perché ogni mio sguardo, ogni mia parola e pensiero siano occasione di salvezza e non smarrimento per me e gli altri.


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