Cerca

Luce che sorge

Con la luce di Cristo verso una nuova alba

Categoria

Amare insieme

Trilussa. Saluto a maiali e somari, i capi e gli zeri dietro, l’Ave Maria

Tre poesie in dialetto romanesco (quasi italiano…) del celebre Trilussa

All’ombra

Mentre me leggo er solito giornale
spaparacchiato all’ombra d’un pajaro
vedo un porco e je dico: – Addio, majale! –
vedo un ciuccio e je dico: – Addio, somaro! –

Forse ’ste bestie nun me capiranno,
ma provo armeno la soddisfazzione
de potè di’ le cose come stanno
senza paura de finì in priggione.

Li nummeri

Conterò poco, è vero:
– diceva l’Uno ar Zero –
– ma tu che vali? Gnente: propio gnente
sia ne l’azzione come ner pensiero
rimani un coso vôto e inconcrudente.
Io, invece, se me metto a capofila
de cinque zeri tale e quale a te,
lo sai quanto divento? Centomila.
È questione de nummeri. A un dipresso
è quello che succede ar dittatore
che cresce de potenza e de valore
più so’ li zeri che je vanno appresso. Continua a leggere

Come la sinistra italiana intende l’accoglienza

di Antonio Socci

È curioso lo slancio umanitario che ha colto d’improvviso la Sinistra italiana di fronte all’inedita marea migratoria di questi mesi. Perché storicamente non ha proprio le carte in regola in tema di “accoglienza”.
Su queste colonne più volte è stato ricordato l’atteggiamento comunista nei confronti dei profughi di Istria e Dalmazia, nel dopoguerra.
La vicenda – quasi assente dalla storiografia ufficiale – riguarda 300 mila profughi italiani che dovettero fuggire dalle loro case, dalla terra dei loro padri, perdendo tutto.
Verso di loro – che scappavano dal comunismo titino – avevamo un doppio dovere di accoglienza e di solidarietà perché erano italiani e pagavano loro per tutti noi, per la guerra persa.
Eppure la sinistra comunista non accolse questi nostri connazionali come fratelli, ma come avversari, con manifestazioni ostili, insulti e sputi. Continua a leggere

Risposta a una madre convivente che non vorrebbe sposarsi

Sono sposata solo civilmente con mio marito. Mia figlia mi dice di sposarmi in chiesa perché così ha sentito dire a catechismo: i conviventi non sono ammessi alla Comunione. Anche oggi sono andata a parlare con un sacerdote e mi ha ripetuto la stessa cosa. Io mi sono sempre astenuta dal fare la Comunione. Il fatto è che io e mio marito non abbiamo mai realmente pensato ad un matrimonio religioso, essendoci sempre trovati bene così. Inoltre gli sfarzi e le spese di un matrimonio religioso ci sono sempre sembrati eccessivi e contrari al vero spirito cristiano. Ora dopo tanti anni (siamo sposati da 10 anni ed abbiamo una figlia di 8 anni) mi sembra quasi una presa in giro andarci a sposare in chiesa. Io ho 40 anni e mio marito 47. Fare una cerimonia nuziale a quest’età mi sembra quasi voler tornare giovani fidanzati quando non lo siamo più […].

Cara signora, la ringrazio per aver posto sul tavolo una questione che evidentemente va risolta nella sua dimensione religiosa e non sociologica come il mondo e anche lei sembra percepire.
Se lei è cristiana non può vivere con suo marito senza sposarsi, cioè senza il sigillo sacramentale del suo matrimonio, perché esso non è riconosciuto davanti a Dio. Al sacramento del Matrimonio è legata la grazia dello stato matrimoniale. Continua a leggere

Perché tanto silenzio nella S. Messa tradizionale?

Una questione legata al Rito Antico è quella dei silenzi. Molti si chiedono: Perché tanti silenzi? Perché il sacerdote parla a bassa voce? Che motivo c’è? In questo modo non si capisce nulla e ci si annoia.
Per quanto l’obiezione legata alla noia, la risposta va da sé e la questione non merita più di tanto. Si sa (anzi: si deve sapere!) che la Messa non è uno spettacolo che debba intrattenere piacevolmente, ma la ri-attualizzazione del Sacrificio del Calvario e questa sostanza basta e avanza.
Ma vediamo più specificamente il significato e l’utilità dei silenzi. Prima di tutto prendiamo in considerazione i silenzi del sacerdote e poi quelli dell’intera celebrazione. Ebbene, entrambi hanno un valore pedagogico altissimo.

I silenzi del sacerdote

Il sacerdote recita il canone a bassa voce per far capire la straordinarietà di ciò che sta avvenendo. Se egli parlasse con lo stesso tono di voce con cui recita nelle altre parti della Messa (come avviene nel Nuovo Rito), ci sarebbe non solo il pericolo di confondersi e di non saper riconoscere i vari momenti della celebrazione, ma anche di non far capire che la Messa non è una preghiera come tutte le altre, che nella Messa non è l’uomo che si offre a Dio, bensì è Dio-Figlio che si offre a Dio-Padre. Continua a leggere

L’importanza del latino nella vera Liturgia. Sei motivi la spiegano

Quando si parla dell’Antico Rito della Messa l’attenzione va senz’altro alla questione della lingua, cioè del latino. Tant’è che questo Rito è da tutti ricordato come “Messa in latino”.
Prima di tutto va detto che questa questione della lingua è secondaria e non primaria. Come abbiamo avuto modo di dire, la differenza tra Antico e Nuovo Rito non sta essenzialmente nella lingua ma in ben altro. Visto però che dobbiamo trattare questa questione, è bene che la capiamo nella maniera più corretta.
Diciamo subito che ci sono sei motivi che giustificano e legittimano l’uso della lingua latina nella celebrazione della Messa.

L’universalità

Il primo motivo è l’universalità. La Chiesa Cattolica è universale. I cattolici devono professare la stessa fede, devono riconoscersi nella stessa disciplina e devono anche riconoscersi in una stessa morale. Dunque, è più logico che all’unità della fede corrisponda l’unita della preghiera liturgica. Pio XII nella sua Mediator Dei scrive: “L’uso della lingua latina è un chiaro e nobile segno di unità e un efficace antidoto ad ogni corruttela della pura dottrina”. Continua a leggere

Il Regno delle Due Sicilie. Da nazione fiorente a misero Meridione

Una delle piaghe aperte dall’Unità d’Italia fatta con la violenza dai massoni e dai senzadio, è il degrado del Meridione.
Pochi, soprattutto se indottrinati dalla scuola statale, sanno cosa è in realtà il nostro Sud. Là dove manca il lavoro, la sicurezza personale, un livello decente di sanità, la pulizia, il rispetto della natura e via dicendo, sorgeva una volta un Regno più avanzato e fiorente dell’intero Centro-Settentrione.
Era il Regno delle Due Sicilie, un grande Stato che aveva soprattutto una caratteristica: la profonda fede cattolica dei suoi sovrani e dei suoi abitanti. Ma si era ormai nell’Ottocento e si dovevano fare i conti con la massoneria, già vecchia di un secolo, e con le minoranze anticristiane che salivano alla ribalta. Il punto di svolta l’aveva segnato Napoleone Bonaparte, importando la Rivoluzione Francese nella penisola italiana con l’invasione del 1796.
Nella notte di Natale dell’anno 800 era nato il Sacro Romano Impero, retto dall’Imperatore Carlo Magno. Ancora nella notte del Santo Natale, nel 1130, Re Ruggero II d’Altavilla sancì a Palermo la nascita del Regno di Sicilia. Palermo diveniva la capitale di un Regno che comprendeva tutto il Sud della penisola italiana.
Il giorno prescelto aveva un valore simbolico: Ruggero II si presentava come il redentore di tutte le genti del Sud della penisola dagli arabi, dai bizantini e dai longobardi e nello stesso tempo annunciava all’umanità la nascita di un regno cristiano. Continua a leggere

Le principali differenze tra la S. Messa tradizionale e quella riformata

L’ALTARE

Antico Rito
Nell’antico Rito l’altare è rialzato rispetto al piano dei fedeli per rappresentare il Calvario. È inoltre è rivolto verso il Tabernacolo.
Nuovo Rito
L’altare è una mensa per sottolineare la dimensione conviviale e per far capire quanto questo aspetto debba essere prevalente su quello sacrificale. Esso è rivolto verso il popolo. Il sacerdote non è più verso Dio per offrirgli il divino Sacrificio a favore dei fedeli, bensì verso il popolo. Il tutto confonde e fa pensare ad una semplice di riunione di preghiera. Nemmeno nell’antichità l’altare fu mai rivolto verso il popolo, piuttosto verso Oriente, simbolo di Cristo. L’altare, anzi la mensa verso il popolo è invece un’invenzione di Lutero e di altri pseudo-riformatori del XVI secolo. Continua a leggere

La Beata Antonia Mesina, martire sarda della purezza

di Giuliano Zoroddu

Nata a Orgosolo il 21 giugno 1919, il giorno dell’angelico Luigi Gonzaga, in una famiglia povera ma di buoni cristiani, Antonia fu battezzata il 30 giugno nella parrocchiale di San Pietro. Il 10 novembre dell’anno dopo, ricevette la Santa Cresima per le mani di Monsignor Luigi Canepa, Vescovo di Nuoro. A sette anni, a Corpus Domini, secondo le disposizioni di San Pio X, ricevette la Prima Comunione. In un equilibrato connubio di modestia, serietà, allegria e giovialità, la fanciulla, entra nel 1929 fra le fila della Gioventù Femminile di Azione Cattolica per servire Gesù, Re Sacramentato, sull’esempio di Maria Goretti, che per difendere la sua verginità morì martire il 6 luglio 1902.
Appreso di un orrendo delitto avvenuto a Lollove (piccola frazione della città di Nuoro) ella stessa dichiarò alla madre e al padre: «Si diat capitare a mimmi menzus mi dio hahere morrere e ischerfare hommente una hulmiha» (Se dovesse accadere a me, mi farei piuttosto uccidere e schiacciare come una formica)[1]. E questo eroico proponimento lo mise in pratica la mattina del 17 maggio 1934. Continua a leggere

«Con prevalenza di calamari rispetto ai gamberetti». Lo stile in gioco

Siamo al fine settimana e forse possiamo concederci un raccontino di vita semiserio.
Ecco, ieri l’altro, venerdì, me ne stavo in fila (non indiana) davanti a un bancone pieno di roba da mangiare dal sapore solitamente alieno. Ma non lagniamoci troppo… E al mio fianco una signora sui sessant’anni, dal fisico imponente e molto ben vestita, faceva le sue richieste. A un certo punto, parlando con un tono deciso e piuttosto freddo, diciamo pure ministeriale, ha precisato alla commessa: «…con prevalenza di calamari rispetto ai gamberetti».
Ora, dal punto di vista del servizio la matrona è stata davvero generosa. Infatti, i gamberetti di questi cucinatori da supermercato sono rigorosamente col guscio: una seccatura. Io non li avrei presi per niente.
La scelta delle parole invece mi ha dato molto da pensare. Qualcosa evidentemente non quadrava, e alla fine, pensa che ti ripensa, mi è venuta in mente la “traduzione”: “con più calamari che gamberetti”. Non ho potuto trattenere un sorriso ironico.
Ma poi è nata una riflessione sul modo di esprimersi delle persone e degli scrittori in particolare. Continua a leggere

Blog su WordPress.com.

Su ↑