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Luce che sorge

Con la luce di Cristo verso una nuova alba

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Il Sacerdote

La veste talare

La veste talare è l’abito dei sacerdoti e seminaristi cattolici. Quest’abito è il segno esterno dell’anima disposta ad entrare nella vita ecclesiastica.

Le caratteristiche di questa veste sono:
1. Il colore nero, il quale indica indica che colui che la indossa è morto al mondo, ai suoi amori e stime.
2. È un abito ampio, a rappresentare quasi la sfericità della terra e l’immensità della religione cattolica.
3. È una veste lunga, che copre fino ai piedi, per testimoniare che tutta la carne è morta al mondo, e reca in sé la morte di Cristo; perciò colui che indossa la veste talare deve far apparire nella sua persona la morte di Nostro Signore e le sue vittorie, e così pure in tutte le azioni deve proclamarLo e annunciarLo.
4. I bottoni che chiudono la talare sono 33 in memoria degli anni della vita di Nostro Signore, e 5 sui polsi in memoria delle Sue cinque piaghe. Continua a leggere

L’invenzione del prete in borghese. Per una storia dell’abito sacro

Nella storia della Chiesa abbiamo avuto anche per l’abito prima una crescente consapevolezza e poi il declino, soprattutto nel XX secolo.
Seguiremo, molto in sintesi, il racconto fatto da Don Michele De Santi nel suo libro L’abito ecclesiastico, sua valenza e storia, dove l’autore si riferisce più che altro al clero maschile.
Come sappiamo, dopo la venuta del Signore Gesù i cristiani subirono persecuzioni non per poco tempo, ma per circa tre secoli.
Nei primi secoli (I-V), i sacerdoti non portavano vesti diverse da quelle dei laici. Finché duravano le persecuzioni, era impensabile darsi un segno riconoscibile dal potere imperiale. In più, la veste usata nell’Impero Romano aveva un aspetto molto dignitoso e scendeva all’incirca fino ai talloni. Continua a leggere

L’abito fa il monaco? Eccome!

Prossimamente su questi schermi (per navigatori) racconteremo, in breve, la storia dell’abito di preti e religiosi. Quello che da solo, come dice il proverbio, non fa il monaco, ma non c’è vero monaco senza l’abito.
Anche le persone consacrate si rivelano con il loro modo di presentarsi. E dalla situazione dell’abito sacro si comprende quella della Chiesa.
La responsabilità più grande ricade sul Papa, i cardinali e i vescovi. Spetta a loro per primi obbligare il clero a portare l’abito sacro.
Tradizionalmente, i consacrati indossano un abito lungo fino ai talloni (per cui si chiama “talare” la veste nera dei preti). Il modello può variare, ma ha sempre una sua bellezza semplice e austera.
Preti e religiosi devono essere coperti quasi interamente per mostrare che si mantengono casti e riservati a Dio. Continua a leggere

Corrispondenza

Altra nuova voce nel Dizionarietto, Corrispondenza…

A sacerdote santo, si dice, corrisponde un popolo fervente; a sacerdote fervente un popolo pio; a sacerdote pio un popolo onesto; a sacerdote onesto un popolo empio.

L’amore di Don Bosco, il Santo educatore

San Giovanni Bosco, il santo prete familiarmente chiamato Don Bosco, aveva un grande vantaggio rispetto al clero di oggi. Poteva contare su una Chiesa che era Madre e Maestra, con una vera liturgia e una vera dottrina.
Trascorsi quasi centotrent’anni dalla sua morte (1888), la vera Chiesa non esiste più, se non in un piccolo resto di fedeli. Anzi, viene perseguitata dalla falsa Chiesa al governo, matrigna e prostituta del mondo, con una falsa liturgia e una falsa dottrina.
Ma la forza di Don Bosco stava, ancor di più, nella sua alleanza con Dio e nella devozione alla Madonna. E di questo tutti siamo e saremo capaci, anche negli ultimi tempi.
Il piccolo Giovanni rimase orfano di padre a due anni. La mamma allevò lui e gli altri due figli con grande amore e sapienza, abituandoli al lavoro e istruendoli benissimo nella fede cattolica. Sappiamo fra l’altro che mamma Margherita consacrò questo suo figliolo alla Madonna fin dalla nascita. Continua a leggere

I sacerdoti, i laici e la metastasi dell’io

Domenica mattina. Non abbiamo la Santa Messa tridentina, l’unica vera Messa cattolica di sempre.
Non ci tocca però solo la Messa riformata e poi ancora riformata. Nello spirito della riforma, a celebrare, se così può dirsi, c’è un prete che riempie la liturgia dei suoi abusi.
Cambia, fa aggiunte alle parole del messale, si rivolge costantemente al femminile ai poveri fedeli presenti, chiamandoli «tutte voi».
Al momento dell’omelia, con l’usuale voce mesta, fa una premessa: oggi la liturgia propone di celebrare con gioia la venuta del Signore. Ma: «Io invece…». E giù uno sproloquio.
In una trasmissione di un protestante di lingua inglese, il pastore diceva: viene insegnato che la Chiesa ha avuto inizio con la Pentecoste, «but I say to you that…», «ma IO vi dico che…», e giù uno sproloquio.
Il Signore Gesù lo rimproverava ai giudei amanti della falsità, che odiavano Lui, il Signore della Vita: «Io sono venuto nel nome del Padre mio e voi non mi ricevete; se un altro venisse nel proprio nome, lo ricevereste» (Gv 5, 43). Continua a leggere

Messaggio per il mio parroco

Caro Parroco,

intendo pubblicare il presente messaggio in un blog di cui mi occupo, quindi non farò il tuo nome.
Tuttavia ho deciso di rendere noto il messaggio, perché penso che avrà molto da dire a tante persone.
Vorrei parlarti del bene e del male, di te e di un orizzonte più felice.
Comunque, devo e desidero essere amorevole e misericordioso. Non è quella falsa misericordia che oggi, nella Chiesa, fa da paravento alla rivoluzione in corso. Mi riferisco alla misericordia che, se rivolta al prossimo, ci fa trovare misericordia a nostra volta, come dice il Signore Gesù nelle Beatitudini.
E poi mi sembra che tu sia misericordioso. Quindi è anche un darti ciò che ti spetta, secondo le Beatitudini.
La dolcezza con cui mi hai quasi sempre trattato, mi ha insegnato molto, e anzi credo che abbia forgiato il mio carattere.
Mi addolora invece lo spirito di trasgressione con cui, perseverando, hai detto di no alla mia stessa permanenza tra le pecore del tuo ovile, che sono tutte pecore del Signore Gesù. Continua a leggere

“Non voglio agitarmi, mio Dio: confido in Te!”

Don Dolindo Ruotolo (1882-1970), sacerdote di indubbia santità, ci ha lasciato diverse opere, tutte più o meno ispirate dall’alto.
Nel libricino intitolato Non voglio agitarmi, mio Dio: confido in Te!, l’ispirazione è tale che si può dire sia veramente il Signore Gesù a parlarci.
Solo una nota per riuscire ad averne un beneficio più grande: l’affidamento che Gesù ci raccomanda non è a un’idea o a una vaga presenza di Lui. Osservando i Comandamenti ed evitando il peccato anche veniale, il nostro adorabile Gesù lo possiamo e dobbiamo trovare nel nostro cuore, nel profondo della nostra anima.
Bisogna vivere cuore a Cuore con Gesù.

Gesù alle anime: – Perché vi confondete agitandovi? Lasciate a me la cura delle vostre cose e tutto si calmerà. Vi dico in verità che ogni atto di vero, cieco, completo abbandono in me, produce l’effetto che desiderate e risolve le situazioni spinose. Continua a leggere

L’Ora del trionfo del Cuore Immacolato di Maria

Ancora un’omelia straordinaria di Don Alessandro Maria Minutella. Ci rivela molto del presente e del futuro, e ci rincuora enormemente se sappiamo ascoltarla. È tutta da non perdere, ma chi avesse proprio poco tempo a disposizione può magari seguirla dal minuto 14’ in poi.

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